lunedì, marzo 10, 2008

L’Osservatore Romano, 06.03.2008

Intervista all'arcivescovo Gianfranco Ravasi in occasione dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura

di Francesco M. Valiante

Tanto per cominciare, meno cattedratici e più giovani nei grandi eventi culturali.
Poi una bella spolverata al linguaggio troppo paludato e curiale della comunicazione ecclesiale. In generale, niente chiusure o integralismi ma dialogo a tutto campo con la scienza, la filosofia, l'economia. In particolare, mano tesa alle avanguardie e alle sperimentazioni nel campo artistico. Occhi puntati sulle realtà continentali, soprattutto su Asia e Africa. E maggiori risorse da investire in internet, dove forum e blog aprono spazi enormi di confronto con le grandi questioni esistenziali e religiose dell'uomo. Posta a monsignor Ravasi, la domanda classica "progetti per il futuro?" serve a scoperchiare una pentola in ebollizione. Da appena sei mesi presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, l'arcivescovo non è tipo da sottovalutare le potenzialità di un dicastero destinato a giocare un ruolo sempre più decisivo nel cruciale rapporto tra fede e modernità.

"Il nostro compito fondamentale - spiega in questa intervista concessa a "L'Osservatore Romano" alla vigilia della plenaria - dovrebbe essere soprattutto quello di far ritornare nell'uomo di cultura e di scienza il gusto delle domande iniziali, che vengono prima delle scelte tecniche". "Anche perché - aggiunge sorridendo - come diceva Oscar Wilde, a dare risposte sono capaci tutti, ma a porre le vere domande ci vuole un genio".

Cominciamo allora dalla domanda iniziale per eccellenza: che cos'è la cultura?

A esser sinceri, nessuno può dire effettivamente di saperlo. C'è un aggettivo a cui di solito si ricorre per tirarsi fuori dagli impacci: "trasversale". Con ciò si intende dire che la cultura è sempre più una visione di insieme e come tale passa attraverso tutti i percorsi umani. In questo senso, io sono convinto che occorra effettivamente arginare l'eccessiva parcellizzazione del sapere e dare più spazio ad una sana curiositas.

Le sembra che oggi la cultura vada in questa direzione? Direi che stiamo assistendo a un fenomeno singolare. Da un lato c'è molta superficialità, approssimazione: si parla di tutto senza sapere quasi niente. Ma, d'altra parte, la tendenza che veramente sconcerta - lo si è visto nella vicenda della mancata visita del Papa alla Sapienza - è proprio la desolante assenza di curiositas. Perché "sapere" non è solo conoscere ma avere "sapore", avere gusto per comprendere, vedere gli orizzonti al di là della semplice nozione di dati.

Ed evitare così che il confronto fra posizioni diverse finisca per trasformarsi in scontro?

Secondo me lo scontro può anche essere legittimo. Non è detto che occorra sempre arrivare all'accordo, anche perché di solito questo avviene al ribasso, su un minimo comune denominatore che non porta a nulla di produttivo. Però, bisognerebbe almeno ascoltare ciò che l'altro ha dentro. Ascoltare l'altro, ascoltare tutto, ma soprattutto ascoltare prima di parlare.

È un richiamo solo agli uomini di cultura laici o anche a quelli cattolici?

Non c'è dubbio che anche noi abbiamo un grande handicap nel dialogo interculturale. Non siamo sempre in grado, cioè di dimostrare che la verità non è un principio di blocco dell'attività razionale, ma è una parte importante della conoscenza: "La verità vi farà liberi". Abbiamo generato negli altri la convinzione che a noi non interessi la conoscenza, perché possediamo già una verità data una volta per tutte. Invece per sua natura il ;sapere, se vuole essere fecondo, deve avere come meta la ricerca della verità, deve sempre andare "verso".

Non sarà che la Chiesa non riesce a comunicare se stessa in maniera efficace?

Infatti. Ed è per questo che uno dei temi su cui vorrei puntare maggiormente l'attività del dicastero è quello del linguaggio. Bisogna riconoscere onestamente che oggi la Chiesa ha un deficit di comunicazione. Un deficit di linguaggio, appunto, ma anche di tempestività, di toni, di adeguatezza. Le verità della fede, i grandi progetti ecclesiali sono proposti, da una parte, in forme troppo stereotipate e, dall'altra, in modi vivaci, spumeggianti ma privi di contenuto effettivo.

È un problema di strumenti, di uomini o di contenuti?

È difficile fare distinzioni precise, anche perché ormai - come ci ha insegnato McLuhan - mezzo e messaggio sono talmente intrecciati tra loro da essere inscindibili. In ogni caso, questa autocritica dobbiamo farla anzitutto noi uomini di Chiesa, a cominciare dal modo con cui elaboriamo i documenti ecclesiali e dicasteriali. Occorre che impariamo a scriverli con l'orecchio e l'occhio sempre più attenti al mondo e al suo linguaggio.

Si riferisce anche ai documenti pontifici?

Al contrario. Bisogna dire che in questo campo il Papa mostra di essere molto più avanti dei dicasteri della Curia. Basti considerare il suo costante riferimento ad autori contemporanei, come si può vedere nell'ultima enciclica Spe salvi. Citare Horkheimer o Adorno, per esempio, suscita molto più interesse che non discettare di una teoria in modo generico. Vuol dire collocare le proprie idee all'interno di un dibattito immediato e diretto. Questo è, secondo me, lo stile giusto: riuscire ad attirare e a coinvolgere l'attenzione di chi legge, abbandonando il vecchio stile asettico del documento curiale.

E quali progetti ha in cantiere il dicastero sul tema della comunicazione?

Ho in mente tre ambiti in particolare: l'editoria, la radio e la comunicazione on line. Ma vorrei puntare soprattutto sul terzo, che è quello più attuale, interessante, anche se indubbiamente più complesso. È un settore che richiede tempestività e interattività: questo vuol dire tempo, risorse, energie.

Sta pensando ad un sito internet?

L'idea non è solo quella di un sito ma anche di una sorta di blog, cioè una possibilità concreta di interfacciarsi, di confrontarsi, accogliendo le provocazioni e le istanze più significative che emergono dalla gente. Noi dobbiamo riuscire a dare risposta a queste domande. E l'uso di internet ci insegna gradualmente anche un linguaggio più immediato e più diretto per rivolgerci alle persone, in particolare ai giovani.

Non le sembra che proprio i giovani siano lasciati ai margini di una cultura sempre più patrimonio degli addetti ai lavori?

Anche in questo caso dobbiamo recitare un mea culpa. Le nostre iniziative culturali fanno riferimento quasi sempre al mondo accademico: coinvolgono docenti, studiosi, esperti. Sarebbe invece molto interessante avere gruppi di studenti che ci sollecitano, ci interrogano, ci propongono. Personalmente voglio impegnarmi perché ci sia una presenza sistematica di giovani negli organismi che curano la preparazione dei grandi eventi culturali. Con il loro linguaggio - che ha le sue grammatiche, le sue caratteristiche, anche le sue corruzioni - porterebbero certamente un contributo di novità.

Ma il mondo della cultura è capace di ascoltarli?

Per quel che riguarda il Pontificio Consiglio io parto da una convinzione: un dicastero che parla e non ascolta sicuramente viene meno alla sua missione. Secondo me occorre sempre una reciprocità quando si dialoga: noi possiamo offrire indicazioni ai nostri interlocutori, ma anche loro possono offrirci informazioni, richieste, proposte. È uno stile che deve valere per tutta la nostra attività.

E quali strumenti concreti di ascolto avete a disposizione?

La struttura fondamentale a cui possiamo far riferimento è rappresentata dai centri culturali. È un insieme di organismi che sta acquisendo un ruolo sempre più significativo, soprattutto in continenti come l'Africa, l'Asia, l'America. Certo, si tratta di realtà molto diversificate: alcuni sono autentiche istituzioni, che da anni promuovono iniziative di alto livello - mostre, conferenze, grandi eventi culturali - mentre altri rappresentano semplicemente il primo tentativo di proporre un itinerario di formazione cristiana.

Attualmente quanti sono?

Non abbiamo mai fatto una verifica completa, ma direi che siamo sull'ordine di diverse migliaia. Pensi che solo la diocesi di Milano ne ha trecento, anche se si tratta di una concentrazione per molti versi eccezionale. In ogni caso, non bisogna illudersi che questi organismi possano vivere da soli. È necessario alimentarli, stimolarli, sollecitarli continuamente.

In che modo?

Intanto nei nostri incontri cerchiamo di coinvolgere sempre i loro rappresentanti, in modo che le indicazioni generali elaborate e poi fatte proprie dai vescovi non restino soltanto teoriche ma abbiano un minimo di verifica attraverso l'esperienza di questi centri. In linea generale, bisognerebbe considerare più attentamente le loro specificità e le loro esigenze. Perché se è vero che la globalizzazione sembra ormai omologare tutto, mai come in questo tempo si constata l'insorgenza delle singole identità culturali. Penso appunto all'Asia, in particolare alla Cina, ma anche all'India, dove convivono tradizioni religiose, antiche stratificazioni sociali e livelli altissimi di sviluppo tecnologico. È per questo che, alla fine di aprile, abbiamo in programma un incontro del dicastero in Nepal, un'area significativa proprio perché al confine tra Cina e India. Allo stesso modo, ai primi di luglio, a Dar Es Salaam, in Tanzania, avremo un incontro con gli episcopati e i delegati per la cultura dell'Africa anglofona e francofona. Qualcosa del genere vorremo realizzarla anche per l'America Latina.

Esiste un problema di coordinamento dei vari organismi culturali locali?

Certo. Ed è per questo che deve funzionare sempre più quel rapporto di reciprocità di cui parlavo prima. In ogni caso, l'esigenza di un coordinamento non riguarda solo l'attività ad extra del dicastero ma anche quella ad intra. Questo discorso si riferisce anzitutto agli organismi collegati organicamente al Pontificio Consiglio della Cultura, ossia le sette Accademie Pontificie. Ma si collega anche alla scelta del Papa di dare un unico presidente ai dicasteri della cultura, dei beni culturali della Chiesa e dell'archeologia sacra. Qui si apre un orizzonte molto più vasto, che è quello dell'arte intesa in senso ampio.

Che cosa significa in pratica?

Parlando di arte, il pensiero va subito alla pittura e alla scultura. Ma non bisogna dimenticare, per esempio, l'architettura, le lettere, la musica. Sono ambiti molto diversi tra di loro, che di solito rientrano nella categoria di "beni culturali". Bene, io penso ad un dicastero che sia in grado di fornire stimoli e indicazioni su questo oggettivo patrimonio: che suggerisca, per esempio, come gestire correttamente le biblioteche, come favorire il dialogo con gli artisti, come studiare il rapporto con la liturgia, come concepire la possibilità che l'arte del nostro tempo torni ad interrogarsi ancora sulla grande tradizione iconografica.

Ma qual è la situazione attuale dell'arte?

Basta sfogliare una rivista di arte contemporanea per capire come essa si stia avvitando su se stessa, diventando autorefenziale. Non ha più soggetti e continua a elaborare percorsi più che veri e propri discorsi. In questo senso, rilanciare l'attenzione sui grandi temi - che ormai l'artista non è più abituato a considerare perché lavora solo sul materico e non sullo spirituale - credo che sarebbe di grande beneficio per tutta l'arte contemporanea. Facciamo un esempio concreto. Consideri la nuova edizione tipica del lezionario domenicale della Conferenza episcopale italiana. A mio avviso si tratta di un'esperienza suggestiva, che va proprio in questa direzione. Vorrei sottolineare il tentativo, per esempio, di inserire nell'impianto illustrativo importanti esponenti della transavanguardia, come Palladino e Chia. Questo mostra, da un lato, che la Chiesa non è lontana dal linguaggio artistico corrente e, dall'altro, che essa stessa ha bisogno di rendersi più comprensibile al più vasto orizzonte artistico.

Nasce da qui la sua recente proposta di una presenza alla biennale di Venezia?

In verità si è trattato solo di un auspicio. Del resto, se pensiamo che alla fiera del libro di Francoforte sono presenti le edizioni religiose e alla stessa mostra cinematografica di Venezia viene assegnato ogni anno il premio dell'Organizzazione cattolica internazionale del cinema, non si vede perché non si possa immaginare una presenza analoga - da parte della Santa Sede ma anche soltanto del dicastero o di un altro organismo - nel luogo dove si elaborano le nuove grammatiche artistiche. Eppure le reazioni non sono sembrate del tutto entusiaste. Al di là di questo singolo caso - per il quale, ripeto, ho espresso un semplice auspicio - la mia esperienza mi dice che dall'altra parte non c'è di solito un atteggiamento preconcetto di rifiuto. C'è piuttosto la convinzione che la Chiesa sia andata ormai per un'altra strada. Ma nel momento in cui da parte nostra si dimostra interesse, le risposte che arrivano sono in prevalenza positive. Questo per quanto concerne l'arte.

E riguardo al mondo della scienza?

Mi sembra che alla scienza manchi oggi soprattutto la capacità delle grandi riflessioni. Io credo che lo scienziato debba porsi le domande etiche, proprio perché parte da una visione d'insieme dell'antropologia. Invece sta diventando sempre più un tecnico. E, di fronte alle grandi scelte, la risposta della tecnologia oscilla necessariamente su un ritmo binario: sì o no, possibile o non possibile. La tentazione di una certa scienza contemporanea è proprio quella di tagliare i nodi.

In che senso?

Prendiamo ad esempio l'aborto, con tutte le implicazioni che esso comporta per la donna e per il nascituro. O l'eutanasia, con la questione del rapporto tra sofferenza e dignità della persona. Qual è la soluzione che in genere si propone? Tagliare il nodo, eliminare il problema. C'è quasi sempre la tentazione di evitare le riflessioni più generali sulla complessità di questi eventi capitali dell'esistere. Mancano le grandi elaborazioni di tipo metodologico, filosofico. E invece si preferisce la soluzione più tecnica. Cioè la decisione drastica tra un sì o un no, tra il possibile e il non possibile.

C'è una via di uscita a questa drammatica alternativa?

Lo ripeto: ritorniamo alle grandi riflessioni metafisiche, che vanno al di là del semplice prodursi di fenomeni. Credo che temi fondamentali come quello della vita - non a caso si parla di una "cultura della vita" - lo esigano assolutamente. Per questo il nostro dicastero vuole dedicare un'attenzione particolare al rapporto tra scienza e teologia. Al di là del progetto Science, theology and the ontological quest (Stoq), già operante dal 2000, stiamo pensando a un forma di dialogo articolato e sistematico tra fede e scienza, che coinvolga anche la filosofia. Inoltre, vogliamo puntare molto sulla questione della non credenza, che fa parte delle radici storiche del Pontificio Consiglio della Cultura.

Ritiene che sia possibile su questi temi un dialogo con coloro che non credono?

Io penso di sì. A patto di abbandonare la strada della polemica spicciola e immediata - quella dei vari Humphrey, Odifreddi, Hitchens, Dawkins, per intenderci - e di intraprendere quella del confronto tra i sistemi, tra le grandi visioni della storia e del mondo. Un confronto, come ho già detto, che non deve approdare a tutti i costi a un accordo, ma deve nutrirsi di dialettica. Ciascuna posizione deve presentarsi con la sua identità, con il suo profilo. Bisogna portare avanti un dialogo serio, serrato, se occorre anche teso, a partire dalla Weltanschaung, dalla visione del mondo, dalla concezione dei valori e della società. È quello che è avvenuto, d'altronde, nel confronto ottocentesco tra il sistema idealistico e il cristianesimo, tra la visione marxista e la visione sociale della Chiesa.

Questo significa allargare la riflessione anche all'economia?

Sì, in particolare al suo rapporto con l'umanesimo. Sempre di più oggi l'economia, almeno quella di alto profilo, si concepisce come una scienza non solo tecnica, finanziaria, monetaristica, ma umanistica. Sono significative, in proposito, posizioni come quelle di Marty Hassen o del nobel americano Joseph Stiglitz. La vera economia, per esempio, deve tener conto anche della fame nel mondo, che paradossalmente è un fenomeno improduttivo. Questa visione è profondamente vicina alle grandi istanze della religiosità autentica. Ciò comporta, da parte nostra, un impegno a favorire l'elaborazione di un concetto di economia che cerchi di unire al suo interno tutte le dimensioni dell'essere umano in società.

©L'Osservatore Romano - 6 marzo 2008

domenica, marzo 09, 2008

Eventi recenti

La Sindone, tra scienza e fede

Si è svolta lo scorso 29 febbraio la Conferenza Internazionale sulla Sacra Sindone, organizzata presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dal Master in Scienza e Fede, in collaborazione con l'Università Europea di Roma e l'Istituto Veritatis Splendor di Bologna.

Sono intervenuti il Prof. P. Rafael Pascual LC, che ha anche moderato l'incontro, il Prof. Nello Balossino, Vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, il Dott. Petrus Soons, che ha realizzato l'ologramma dell'Uomo della Sindone, il Prof. Avinoam Danin, Cattedratico di Botanica dell'Università Ebraica di Gerusalemme, il Prof. P. Gianfranco Berbenni (PUL, Roma) e il Prof. Luigi Mattei, autore della ricostruzione tridimensionale dell'Uomo della Sindone.


“Il senso del divino e il progresso scientifico”

Quattro incontri organizzati a Castel di Sangro, Sulmona, Introdacqua e Vittorito, sul tema del rapporto tra progresso scientifico e religione.

Mons. Spina ha parlato del necessario completarsi di fede e scienza: la prima spiega il “perché” delle cose, e da alla scienza una sua dimensione etica, la seconda spiega il “come”, e permette di evitare un “fideismo” errato.

Informazioni: Diocesi Sulmona-Valva, Ufficio comunicazioni sociali
curiasul@tin.it

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Rete 5

Il dialogo tra Scienza e Fede nel Progetto STOQ.

L'Osservatore Romano pubblica sul tema del dialogo tra Scienza e Fede nel Progetto STOQ una intervista a Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e un articolo di Mons. Melchor Sánchez de Toca y Alameda, Sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Cultura e Coordinatore Generale del Progetto STOQ.

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Progetto STOQ

“Ontogenesi, evoluzione, cosmologia: il dialogo non fa paura”
Per Mons. Ravasi, uno degli obiettivi del progetto STOQ è realizzare una nuova unità di scienza e conoscenza: “qualsiasi tipo di disciplina – spiega Mons. Ravasi - può dare una spiegazione, un'interpretazione esatta della realtà” che però “ha bisogno anche di altre prospettive per essere veramente completa”.
Per questo, il Progetto STOQ “recupera la categoria del dialogo”: un dialogo tra specialisti di varie discipline, tra scienziati e teologi, tra credenti e non credenti, e con esponenti anche di altre religioni.
Mons. Ravasi, anticipando anche futuri eventi sul tema del rapporto tra Scienza e Fede, ha anche parlato di alcune delle ricerche attuate nel Progetto STOQ, tra cui le teorie dell'evoluzione, la meccanica quantistica e le nuove teorie cosmologiche.
Link intervista:
SRMSRM Blog Fonte I Segni dei Tempi

©L'Osservatore Romano - 23 febbraio 2008, pagina 4


“Cielo e terra, il perenne connubio. Il confronto tra Chiesa e mondo scientifico alla luce del Progetto STOQ”

“Agli inizi del nuovo secolo – si chiede Mons. Sanchez de Toca y Alameda - quale dialogo è possibile tra fede e scienza, tra Chiesa e mondo scientifico?”
Tra il “pregiudizio della scienza verso la religione, considerata residuo di un passato oscuro, mitico e irrazionale”, e la “diffidenza della religione” verso una scienza riduzionista, materialista e caratterizzata da “un razionalismo ideologizzante e ideologizzato”, è necessario un nuovo dialogo tra scienza e fede, una nuova collaborazione e comprensione tra mondo scientifico e Chiesa.


Il Progetto STOQ ha raccolto la sfida, e così cerca di “superare gli intralci al confronto tra scienza e fede collocandosi in ideale continuità con la commissione di studio del caso Galileo, istituita da Giovanni Paolo II nel 1981”.
Un Comitato di sedici membri garantisce “la serietà scientifica delle attività promosse” dal progetto. Il Comitato si è riunito gli scorsi 23 e 24 febbraio a Roma, e una delegazione di suoi membri ha poi visitato gli Atenei Pontifici coinvolti nel Progetto, tra cui l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

Link articolo:
SRM - SRM Blog

©L'Osservatore Romano - 23 febbraio 2008, pagina 4

martedì, marzo 04, 2008

Il Distinguished Programme Development Committee STOQ in visita all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Mons. Josef Zycinski, Arcivescovo di Lublino, Il Prof. Dominique Lambert, dell’Università di Namur (Belgio) e il Prof. Xavier Le Pichon, del Collège de France, membri del Comitato, hanno visitato lo scorso 27 febbraio l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

La delegazione ha incontrato il Rettore dell'Ateneo, P. Pedro Barajon LC, il Direttore del Master in Scienza e Fede, P. Rafael Pascual LC, i docenti, studenti e staff del Master e dell’Ateneo, e i responsabili dei diversi gruppi di studio e di ricerca del Master, tra cui Paolo Centofanti, Direttore di SRM – Science and Religion in Media.

L'incontro è stata una importante opportunità non solo per informare i membri del Comitato sulle attività del Master e dei Gruppi di Studio, ma anche per valutare alcune linee di tendenza e di interesse, come le collaborazioni internazionali (già definite o in fase di concretizzazione), il ruolo e il peso della comunicazione e dell'informazione nel definire il rapporto tra scienza e fede, gli aspetti di informazione e comunicazione sulle attività STOQ, nuove idee e ipotesi di nuovi progetti e attività.

P. Rafael Pascual LC ha presentato le attività del Master in Scienza e Fede, e dei Gruppi di Studio.

Paolo Centofanti ha illustrato le realizzazioni e i prossimi progetti di SRM - Science and Religion in Media.

Gianluca Casagrande ha presentato il Gruppo di Studio Geoastrolab, mostrando la stazione meteo e la postazione di gestione del sistema e dei dati.

Hanno partecipato all'incontro anche Mons. Melchor Sanchez de Toca y Alameda, Sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Cultura e Coordinatore Generale del Progetto STOQ e P. Tomasz Trafny, Officiale del Pontificio Consiglio della Cultura e Vicecoordinatore del Progetto STOQ.

Link SRM

La visita di Papa Benedetto XVI negli Stati Uniti: al centro, il rapporto tra fede e ragione

Papa Benedetto XVI, accogliendo l'invito all'Organizzazione delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, Segretario Generale ONU, sarà negli Stati Uniti dal 16 al 20 aprile.

Tema della visita negli Stati Uniti, collegandosi all'ultima enciclica del Santo Padre, “Spe Salvi”, sarà “Cristo Nostra Speranza”.

Tra gli argomenti affrontati, grande importanze per il rapporto tra fede e ragione, come sottolineato anche da un comunicato della Casa Bianca (link). Nel comunicato si legge che “Il Presidente e la Sig.ra Bush daranno il benvenuto a Sua Santità Papa Benedetto XVI”, che visiterà la Casa Bianca il 16 di aprile, e che “il Presidente e il Santo Padre proseguiranno le discussioni che erano iniziate durante la visita del Presidente in Vaticano, a giugno 2007, sul loro comune impegno per l'importanza di fede e ragione nel conseguire obiettivi condivisi”.

Tra questi, “accrescere la pace in Medio Oriente e in altre travagliate regioni, promuovere la comprensione inter-religiosa, e rafforzare i diritti umani e la libertà, specialmente religiosa, in tutto il mondo”. Obiettivi che sono stati presentati il giorno dell'arrivo a Roma del nuovo ambasciatore americano presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, già Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e membro del Pontifico Consiglio per i Laici.

La signora Glendon, cattolica, esperta di bioetica, diritto costituzionale comparato e diritti umani, docente universitaria, ha dichiarato che "le relazioni tra Stati Uniti e Santa Sede hanno al loro centro l'impegno comune per la dignità di ogni uomo, donna e bambino".

Sulla prossima visita papale è stato realizzato un apposito sito web, www.uspapalvisit.org, dove è possibile reperire informazioni, insieme ai siti delle diocesi di Washington e New York e ovviamente ai siti Vaticani.

Recensioni: “L'anima e il suo destino” - 2

Corrado Marucci, La Civiltà Cattolica

Da L'Osservatore Romano del 2 febbraio 2008

Anche Corrado Marucci, su “La Civiltà Cattolica” critica fortemente il volume di Mancuso.

Quella di Mancuso, spiega, è una sorta di "teologia laica" , concepita in modo “tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia".

Tra gli errori, l'avere come “referente”, la "coscienza laica", ovvero "la ricerca della verità in sé e per sé"; l'attribuire “alla dottrina ecclesiale l'idea che per essa l'anima sia una sostanza, cosa assolutamente erronea”; l'idea, nel capitolo sull'origine dell'anima, “che lo spirito, in quanto energia, possa derivare dalla materia”, e sia quindi possibile “un concetto di spirito che non è quello di cui parla tutta la tradizione cristiana”, ma sembra “appellarsi alla fisica einsteiniana”, con una “idea perlomeno bizzarra”.

Anche il dichiarare “tutti i contenuti veicolati dal dogma del peccato originale devono essere riformulati o abbandonati” è un errore grave, teologicamente inaccettabile, così come il tentare di confutare (un intero capitolo) il “dogma dell'eternità” dell'inferno; ancora più grave sostenere “che non ci sarà alcun ritorno del Gesù glorioso”, e che le frasi corrispondenti questa nuova venuta, presenti nel Nuovo Testamento, sarebbero “errori di Gesù e di Paolo”.

Singolare, per Marucci, anche che Mancuso possa spiegare perché "Dio non è mai intervenuto direttamente nella storia" e perché "non tutta la Bibbia è parola di Dio".

Marucci traccia un giudizio sull'opera totalmente negativo. “L'assenza quasi totale di una teologia biblica e della recente letteratura teologica non italiana, – conclude - oltre all'assunzione più o meno esplicita di numerose premesse filosoficamente erronee o perlomeno fantasiose, conduce l'autore a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”.

Il dialogo tra Scienza e Fede nel Progetto STOQ - 2

Cielo e terra, il perenne connubio
Il confronto tra Chiesa e mondo scientifico alla luce del Progetto STOQ

Di Melchor Sánchez de Toca y Alameda, Sotto-segretario Pontificio Consiglio della Cultura, Coordinatore Generale del Progetto STOQ

Agli inizi del nuovo secolo quale dia­logo è possibile tra fede e scienza, tra Chiesa e mondo scientifico? La lunga vicenda di contrapposizioni, e talvolta di chiusure, tra le due diverse prospettive culturali non si è sviluppata senza produrre dolorosi effetti. E proprio la mancanza di confronto tra mondo scientifico e mondo religioso ha generato, come sottolineava il Papa Giovanni Paolo II, a proposito del caso Galileo, «una tragica reciproca incomprensione, interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra scienza e fede». Sono così sorti i noti pregiudizi reciproci: pregiudizio della scienza verso la religione, con­siderata residuo di un passato oscuro, mitico e irrazionale; diffidenza della religione verso la scienza nel momento in cui essa minaccia di ri­durre l'uomo, e il mondo, alla sole categorie materialistiche basandosi su un razionalismo ideologizzante e ideologizzato. Il dialogo tra scienza e fede sembra venire a porsi come condizione necessaria alla definizio­ne di nuovi presupposti di collaborazione e di comprensione tra mondo scientifico e Chiesa. Le sfide suscitate dalla meccanica quantistica, dagli studi e dalle nuove teorie astrofisiche, nonché dai nuovi contributi derivanti dalle teo­rie evoluzionistiche devono potersi tradurre, do­po esigente esame critico, in idee in grado di fornire sostegno e aggiornamento agli studi filo­sofici e teologici. Ciò tenendo conto del rispetto delle particolarità epistemologiche come condi­zione necessaria per un dialogo fattivo tra disci­pline diverse. Il Progetto STOQ (Science, Theology and the Ontological Quest), nato in seguito al Giubileo degli scienziati, celebrato il 25 maggio 2000, ha raccolto la sfida: superare gli intralci al confron­to tra scienza e fede collocandosi in ideale con­tinuità con la commissione di studio del caso Galileo, istituita da Giovanni Paolo II nel 1981. Il nome stesso — STOQ — rivela evidentemente gli obiettivi da perseguire: il dialogo tra scienza, filosofia e teologia. Il Progetto vuole infatti approfondire i problemi epistemologici, storici e culturali soggiacenti al rapporto tra scienza e fede e attuare nelle università pontificie, e a più vasto livello culturale, quella visione organica del sapere auspicata da Giovanni Paolo II nel­l'enciclica Fides et Ratio (n. 35). Esso rappresen­ta un mezzo per esprimere, attraverso un vasto ventaglio di iniziative ed attività accademiche, l'attenzione verso un rinnovato dialogo tra teo­logi, filosofi e scienziati, tra la Chiesa e il mon­do della scienza. Il Pontificio Consiglio della Cultura, consape­vole dell'importanza di incentivare posizioni di dialogo su questi temi fondamentali per la cul­tura contemporanea, si è pienamente fatto cari­co di promuovere questa iniziativa che è in fase di espansione ed è sostenuta economicamente da alcune fondazioni ed organizzazioni, tra le quali anche la John Templeton Foundation. Sono coinvolte ben sei Università Pontificie — Pontificia Università Gregoriana, Pontificia Università Lateranense, Ateneo Regina Apostolorum, Pontificia Università della Santa Croce, Pontificia Università Salesiana, Pontificia Uni­versità San Tommaso d'Aquino — impegnate in una serie di iniziative di insegnamento, ricer­ca e divulgazione, le quali hanno promosso cor­si, seminari, cicli di conferenze, congressi inter­nazionali e pubblicazioni raggiungibili anche on-line relativi al rapporto tra scien­za e fede. Il progetto è aperto anche alla collaborazione con università, statali e private, europee ed america­ne ed inoltre prevede l'assegnazione di borse di studio per permettere a giovani studiosi di realizzare indagi­ni e tesi dottorali nell'ambito del rapporto tra scienza e fede. La serietà scientifica delle attività promosse da questo progetto, è garantita da un comitato (Distinguished Programme Development Committee) costituito da sedi­ci membri, tra i quali figurano eminenti perso­nalità di scienziati, di filosofi e di teologi non solo cattolici, tra cui il premio Nobel Werner Arber, Jean-Michel Dercourt, segretario perpe­tuo delle accademie delle scienze, Michael Hel­ler, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, John Polkinghorne, cattedratico di Cambridge per la fisica delle particelle e fondatore della Società internazionale per la ricerca in scienza e religione, Josef Zycinski, membro del Comitato di biologia evoluzionista e teoreti­ca dell'Accademia delle scienze. La compresen­za di cattolici e non cattolici nell'ambito di questo comitato scientifico esprime la consape­volezza da parte della Chiesa dell'esigenza di dialogo, di ascolto e di confronto con il mondo scientifico. Questo comitato scientifico di valu­tazione si incontra periodicamente a Roma per valutare le attività del Progetto STOQ. Il 23-24 febbraio si terrà, nella sala conferenze dell'Hotel Michelangelo, l'incontro del 2008 di questi stu­diosi. Ad introdurre i lavori sarà monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che ha mostrato sem­pre sensibilità ed attenzione particolari nei con­fronti di tali questioni. Il meeting, in virtù del­l'alto profilo scientifico garantito dalle persona­lità coinvolte, è dunque una ulteriore occasione sia per dare nuovo impulso al Progetto STOQ pianificandone le prossime attività: sia per par­lare di scienza e fede in un'ottica costruttiva di rinnovato e fecondo dialogo tra la Chiesa ed il mondo scientifico.

L'Osservatore Romano, sabato 23 marzo 2008, pagina 4

Link SRM

Intervista a P. Ramon Lucas Lucas

SRM ha intervistato P. Ramon Lucas sul suo recente libro, “Orizzonte Verticale”, e in particolare sul rapporto della comunicazione e l'informazione con la dimensione trascendente, religiosa ed etica dell'essere umano.

Perché Orizzonte Verticale, e qual è il significato ?
Il titolo potrebbe sembrare contraddittorio, in realtà cerca di mostrare che l’uomo ha, nella sua orizzontalità terrena, nella sua corporeità, una dimensione trascendente.
Questo si mostra in moltissime delle attività tipicamente umane, prenda ad esempio la sessualità umana, che è molto legata alla struttura biologica corporea. Una sessualità umana, per viverla in pienezza, deve essere sempre aperta all’altro, dialogare con l’altro, rispettare l’altro; e ciò significa una verticalità, non dipendere soltanto dalla istintualità.
La sessualità non è quindi soltanto istintualità, ma porta dentro di sé la trascendenza, l’apertura e il dialogo con l’altro.
Prendiamo un altro esempio, il dialogo e il rapporto con il mondo, l’ecologia, gli animali. Nel momento in cui l’uomo non è soltanto materia, non è soltanto biologia, ma ha una responsabilità riguardo al mondo, perché ha questa responsabilità che non è demandata e non è richiesta al cane ?
Precisamente perché la sua posizione riguardo al mondo è speciale per la sua verticalità.
Anche l’orizzonte fisico sembrerebbe che sia sempre piatto, ma non è detto.
Se noi andiamo nell’alta Domodossola, nelle Alpi, l’orizzonte è ben verticale, per le montagne, e non è una verticalità aggiunta all’orizzontalità, ma è intrinseca a quella orizzontalità, così come la dimensione religiosa, la dimensione spirituale, la dimensione morale, che sono i segni della verticalità, sono radicati nella dimensione corporea, mondana dell’uomo, che è la orizzontalità.

Come entrano in questa dimensione la comunicazione e l’informazione, in che modo definiscono l’orizzonte ?
Soprattutto nell’uso del linguaggio, ad esempio. L’uomo comunica con gli altri, anche gli animali comunicano tra di loro e comunicano con l’uomo, ma il modo di comunicare umano è tramite un linguaggio articolato, simbolico, concettuale, e in questo senso la verticalità dove si manifesta ?
Si manifesta in questa astrazione, in questa convenzionalità del linguaggio che non è fatto soltanto da segnali, e che non è un artificio ma è un modo di trasmettere, non soltanto informazioni, ma di trasmettere valori, di rapportarsi con i fini di qui anche il rischio in una comunicazione umana di manipolare il linguaggio al fine di stravolgere la realtà.

Una manipolazione inconsapevole o strategica ?
In alcuni campi certamente inconsapevole e non responsabile, se non in causa.
In altri campi, sto pensando ad esempio alla bioetica, è strategica. C’è tutto un movimento per cui l’aborto si chiama interruzione della gravidanza, ma non è interruzione perché nel linguaggio interruzione significa fare una pausa e poi continuare. Invece nell’aborto non si fa una pausa alcuna e poi si continua: si elimina. Dunque non si dovrebbe dire interruzione, ma eliminazione della gravidanza. Dicasi per esempio la confusione che si sta cercando di introdurre tra concepimento come risultato della fecondazione o concepimento inteso come annidamento nell’utero. Evidentemente sono tutti usi linguistici che cercano di mascherare una realtà. A fini che non sono proprio quelli di difendere la struttura biologica e umana.

Quindi una distorsione semantica che cerca di distorcere la realtà ?
Quando è intenzionale si.

Paolo Centofanti

Il dialogo tra Scienza e Fede nel Progetto STOQ - 1

L'Osservatore Romano pubblica sul tema del dialogo tra Scienza e Fede nel Progetto STOQ una intervista a Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e un articolo di Mons. Melchor Sánchez de Toca y Alameda, Sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Cultura e Coordinatore Generale del Progetto STOQ.

Ontogenesi, evoluzione, cosmologia: il dialogo non fa paura. Gianfranco Ravasi

di Luca M. Possati

Lo scopo del progetto Stoq è costruire un ponte filosofico tra teologia e scienza, favorire un sapere più globale e universale. Ma perché oggi pensare l'unità del sapere è diventato così difficile ?
È vero. Ci troviamo in un orizzonte nel quale domina sempre di più la conoscenza specialistica, e questo rappresenta un valore di per sé. Il problema è che la conoscenza specialistica tendenzialmente si orienta ad una forma di autosufficienza, di autoreferenzialità, costruisce quasi un'oasi propria nella quale tenta di trovare tutte le risposte possibili. Al contrario, la grande visione della Sapienza, la vera intelligenza del reale, è proprio quella che il mondo greco definiva con un termine suggestivo - methorios - che vuol dire letteralmente: "colui che sta sulle frontiere, sui crinali"; cioè colui che riesce a guardare dall'una e dall'altra parte pur mantenendo i piedi nel suo territorio. Per questo penso sia importante ritornare attraverso il dialogo a stabilire una nuova forma di conoscenza che sia "sulle frontiere", che tenga conto della diversità dei territori, ma non si rinchiuda, non alzi le barriere, restando ferma soltanto nella propria specializzazione. E questo deve valere sia per la teologia sia per la scienza.

Che tipo di "unità del sapere" il progetto intende costruire ? Come integrare prospettive e metodi diversi pur rispettandone la peculiarità e l'autonomia ?
Noi abbiamo sempre un unico oggetto al centro della nostra considerazione: la realtà dell'uomo. Realtà estremamente complessa; e passibile di analisi da prospettive differenti. Immaginiamo una riproduzione fotografica: sappiamo bene che essa non è mai la rappresentazione della realtà come tale, esclusiva e compiuta. Il risultato è sempre differente. Allo stesso modo, qualsiasi tipo di disciplina può dare una spiegazione, un'interpretazione esatta della realtà, la quale, tuttavia, ha bisogno anche di altre prospettive per essere veramente completa. In questa luce, direi che il progetto Stoq recupera la categoria del dialogo intesa in senso stretto, un dialogo che suppone voci, logos, ragionamenti intrecciati tra loro. Sarà quindi, il nostro, un lavoro paziente, contro tutte le odierne tentazioni di esclusivismo o di integralismo.

In che misura il progetto Stoq può rivolgersi anche ai non credenti o ai credenti di altre confessioni ?
È una delle sfide più complesse e delicate da affrontare. Il nostro desiderio è mantenere il più possibile il rigore dell'analisi teologica, senza cedimenti facili a sincretismi o a concordismi, e senza nessuna tentazione all'autodifesa che esclude qualsiasi possibilità di comunicazione. Il rigore del metodo è la cosa principale. Se si configura in maniera netta e precisa lo statuto della teologia e, allo stesso tempo, lo scienziato può disporre di tutti i canoni suoi propri, di tutte le qualifiche della sua ricerca, posta questa dichiarazione di principio, allora è chiaro che il dialogo diventa possibile. Non si deve imporre un modello all'altro, e viceversa. La vera difficoltà sta nel confronto tra i modelli, perché l'oggetto - dicevamo - è sempre lo stesso. Proprio seguendo tale linea, abbiamo intenzione di organizzare in futuro un convegno sulle teorie dell'evoluzione. Per quest'occasione chiameremo scienziati e teologi capaci di un lavoro rigoroso, senza esasperazioni scientiste o sbavature di tipo apologetico. Gli scienziati debbono sentirsi rispettati e tutelati nella loro libertà di ricerca, ma dovrebbero anche essere disponibili a confrontarsi con l'altro modello rigoroso teologico loro proposto. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, quest'aspetto potrà essere costruito ove anche le altre religioni siano disponibili ad adottare un metodo altrettanto rigoroso.

Quali sono i temi su cui il progetto Stoq ha lavorato di più in questi anni ?
L'ultimo è stato quello dell'ontogenesi, cioè la formazione della persona umana in tutto l'itinerario di sviluppo, e quindi dall'inizio assoluto, l'embriologia, fino alla fine. Questa ricerca sull'ontogenesi è stato il frutto del convegno dello scorso novembre, forse il più impegnativo. Adesso le ricerche si stanno concentrando sul problema dell'evoluzione, o meglio sulle molteplici teorie dell'evoluzione. C'è stato poi un interesse molto forte sul tema dell'infinito, dal punto di vista fisico e da quello teologico. Un altro aspetto è quello della meccanica quantistica, le nuove teorie cosmologiche. Alla base, però, l'elemento sul quale io continuerò sempre ad insistere è il rigore epistemologico. Solo così si possono evitare i pregiudizi della scienza nei confronti della religione, spesso vista soltanto come un residuo mitico e irrazionale, e la diffidenza da parte della teologia verso la scienza nel momento in cui essa sembra voler ridurre l'uomo alla materia soltanto. Nella sua pienezza, invece, la scienza dev'essere autonoma e non prevaricatrice.

Quali sono le reazioni che il progetto ha suscitato nella comunità scientifica internazionale ?
Una dimensione internazionale esiste, a partire proprio dal Comitato scientifico alla base del progetto, costituito da sedici membri tra i quali un premio Nobel, scienziati, filosofi e teologi, anche non cattolici, tutte figure di livello mondiale. Anche per questo convegno sulle teorie dell'evoluzione cercheremo di coinvolgere una serie di studiosi di assoluto livello che hanno già dimostrato interesse. Un aspetto da sottolineare credo sia la curiosità che molti uomini di scienza hanno dimostrato per il fatto che un'iniziativa come questa, sia stata proposta e organizzata dalla Santa Sede. Tra parentesi, siamo riusciti a coinvolgere ormai tutte le università pontificie romane. L'ultima a mancare era l'Urbaniana. Adesso anche questo ateneo sta aderendo al progetto.

Avete incontrato finora dei problemi nella gestione del progetto ?
No. Non abbiamo avuto particolari difficoltà. Ultimamente ho cercato, mandando una mia delegazione negli Stati Uniti, di trovare nuovi fondi, perché non si tratta solo di fare convegni e incontri, di tenere viva la struttura fondamentale permanente, ma anche di dare la possibilità agli studenti delle università romane di continuare la ricerca con borse di studio. Risultati ce ne sono stati: abbiamo ricevuto sostegni interessanti da alcune istituzioni americane non solo cattoliche. Un elemento importantissimo del progetto è la diffusione. Lo scopo ultimo è quello di fondare una scuola articolata in più università che continui a muoversi, con alunni che possano diffondere questi metodi in tutto il mondo.

L'Osservatore Romano - 23 febbraio 2008, pagina 4

lunedì, marzo 03, 2008

Recensioni: “L'anima e il suo destino”

Monsignor Bruno Forte.

Da L'Osservatore Romano del 2 febbraio 2008

L'Osservatore Romano pubblica due recensioni critiche al libro di Vito Mancuso, “L'anima e il suo destino”.

Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, affronta il tema dell'anima, della sua esistenza, della vita e della morte, del suo destino.

Già nella lettera di apertura del volume, del Cardinale Carlo Maria Martini, si preannunciava che “il libro incontrerà opposizioni e critiche, ma sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenerne conto”, e nella scheda sul sito dell'editore (Raffaello Cortina Editore), si legge anche che il libro tratta questi temi “criticando alcuni dogmi consolidati”.

Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, autore del primo commento pubblicato dall'Osservatore Romano, parla di una “tensione” insita delle opere di Mancuso, che affronta costantemente il tema “della sfida del male che devasta la terra”, ma anche di “un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni”, che pensa sia necessario mostrare “nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati”.

La prima obiezione è verso il tentativo di Mancuso di “vanificare il peccato originale e la sua forza attiva” nell'essere umano, e conseguentemente banalizzando “la stessa condizione umana e la lotta col Principe di questo mondo, che proprio Mancuso (nei suoi saggi precedenti) aveva rivendicato contro l'ottimismo idealistico di Hegel”.

Altro problema, “conseguenza di queste premesse, è la dissoluzione della soteriologia cristiana: se non si dà il male radicale – spiega Monsignor Forte - e dunque il peccato originale e la sua forza devastante, su cui appoggia la sua azione il grande Avversario, la salvezza si risolve in un tranquillo esercizio di vita morale”, senza “tensione agonica” e senza “bisogno di alcun soccorso dall'alto: "salvarsi l'anima" non sarebbe né più né meno che una sorta di autoredenzione”, e non dipenderebbe “dall'adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo”, né “da una misteriosa grazia che discende dal cielo", e la stessa “risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua”.

Incontro a Bologna sul discorso del Pontefice per La Sapienza

L'Istituto Veritatis Splendor e il Centro Culturale Enrico Manfredini hanno organizzato presso l'Università di Bologna l'evento "Benedetto XVI e La Sapienza. Una lezione da non perdere", un incontro con il Cardinale Carlo Caffarra, Giorgio Israel, Pier Ugo Calzolari e Monsignor Lino Goriup.

Un modo per parlare di cultura, di laicità, di fede e ragione, di tolleranza e dialogo interculturale e interreligioso, partendo dalla mancata lectio magistralis del Pontefice alla “Sapienza”.

Per il Cardinale Caffarra, Arcivescovo di Bologna e Presidente dell'Istituto Veritatis Splendor (fondato dal Cardinale Giacomo Biffi), che ha inviato un messaggio, non potendo essere presente per sopraggiunti impegni, nel costante richiamo di Papa Benedetto XVI all'uso della ragione, c'è “l'incontro di temi teoretici e di preoccupazione pastorale”, l'invito a cercare la verità e il senso dell'esistenza umana e del creato. Le stesse “difficoltà di questa ricerca - ha spiegato - sono al contempo segno della grandezza e della miseria umana”.

Il Cardinale ha anche esortato i giovani presenti a mettere in pratica l'esempio di Dante: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”

Pier Ugo Calzolari, Magnifico Rettore dell'Università di Bologna, ha sottolineato il valore ma anche i limiti della scienza, in particolare quando, come nel caso delle opposizioni alla lectio e alla visita del Pontefice alla Sapienza, scambia per autonomia culturale il rifiuto il dialogo; un atteggiamento che presuppone di essere possessori di verità assolute, illogico per chi come scienziato dovrebbe usare la ragione, e che rischia di divenire una sorta di “inquisizione laica”.
Ed è singolare, che questo avvenga in Italia, nei confronti del capo della Cristianità, quando è stata proprio la cultura cristiana a dare origine alla laicità.

Per Monsignor Lino Goriup, vicario episcopale per la cultura e per la comunicazione della Chiesa di Bologna, è da evidenziare il modo originale con cui Papa Benedetto XVI, come Vescovo di Roma e come maggiore rappresentante della Chiesa Cattolica, erede di una tradizione millenaria di scienza e di sapienza, si proponga anche come rappresentante di una "sapienza umana", che pone la ragione e la ragionevolezza come l'Incarnazione del Logos divino in Cristo Gesù - può a buon diritto farsi voce di una domanda universale del cuore umano oltre che proporsi maestra di vita e di pensiero. Monsignor Goriup ha successivamente stabilito una suggestiva relazione tra l'allocuzione per La Sapienza e il discorso che il Papa tenne a Pavia nel corso della sua visita pastorale del 22 aprile 2007. Anche in quella circostanza incoraggiò il mondo accademico a ritrovare il senso dell'appassionata e assidua ricerca del vero inteso come verità della vita e per la vita. "Aver reso impossibile l'ascolto della proposta intellettuale e intelligente della Chiesa - ha poi concluso - significa aver perso l'occasione di un prezioso richiamo ad allargare gli orizzonti di una ragione che finisce per smarrirsi quando rinchiude se stessa e il mondo nei limiti della prevedibilità e della ripetizione".

Giorgio Israel, ordinario di matematiche complementari presso l'università di Roma La Sapienza, aveva sostenuto il Pontefice in un'articolo sull'Osservatore Romano, in una intervista a Zenit ed SRM, e in più interventi sul proprio blog e altre pubblicazioni. Anche lui da sempre sostenitore di un possibile dialogo tra ragione e religione, e oppositore di una visione naturalistica della ragione stessa, e deterministica della scienza. La ragione deve aprirsi alla fede, alla spiritualità, alle tradizioni e alla cultura; e una società chge non comprenda questo, che abbia una visione puramente deterministica del mondo e dell'essere umano, rischia una deriva totalitaria.

L'incontro è stato moderato da Ivo Colozzi, ordinario di Sociologia presso l'Università di Bologna.

Fonte L'Osservatore Romano, 2 febbraio 2008

lunedì, febbraio 11, 2008

Antonino Zichichi: L’alleanza tra fede e scienza è possibile

Intervista dopo la mancata visita del Pontefice all'Università “La Sapienza”

Paolo Centofanti

ROMA, mercoledì, 30 gennaio 2008 (ZENIT.org)

Il professor Antonino Zichichi, Presidente della World Federation of Scientists, sostiene che una grande alleanza tra fede e scienza è la conseguenza rigorosamente logica di ciò che sono queste due grandi conquiste dell'intelletto: la Scienza nell'immanente, la Fede nel trascendente.

In una intervista a ZENIT, il Professore Zichichi ha affermato che l'opposizione alla visita di Benedetto XVI all'Università "La Sapienza" di Roma è stata la manifestazione di una cultura "pre-aristotelica".

Zichichi ha lavorato nei più grandi Laboratori del mondo e al CERN di Ginevra, dove nel 1965 ha scoperto l'antimateria nucleare. Nel 1963 ha fondato a Erice il "Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana".

E' autore di oltre ottocento lavori scientifici, tra cui: 6 scoperte, 4 invenzioni, 3 idee originali che hanno aperto nuove strade nella Fisica Subnucleare delle alte energie, e 4 misure di alta precisione di quantità fondamentali.È stato Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Attualmente è Professore Emerito di Fisica Superiore all'Università di Bologna.

Parlando del rapporto tra scienza e fede, tema affrontato da Benedetto XVI nel suo intervento all'Udienza generale di questo mercoledì, il professor Zichichi ha ricordato che i risultati raggiunti dalla scienza odierna sarebbero impensabili senza "quell'atto di fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei".


Cos’è per lei la ragione?

Zichichi: Noi siamo l’unica forma di materia vivente a cui è stato dato il privilegio del dono della ragione; ed è grazie alla ragione che la forma di materia vivente cui noi apparteniamo ha potuto scoprire il linguaggio, la logica e la scienza.
Esistono infatti centinaia di migliaia di forme di materia vivente, vegetale ed animale, ma nessuna di esse ha saputo scoprire la memoria collettiva permanente – meglio nota come linguaggio scritto – né le forme di logica rigorosa come la matematica o la scienza che, tra tutte le logiche possibili, è quella che ha scelto il Creatore per fare l’Universo così come possiamo vederlo e studiarlo, e noi stessi.

Una logica che ci è permesso di studiare e capire ma che nessuno sarà mai in grado, anche minimamente, di alterare. Senza ragione non avremmo potuto scoprire la scienza, questa straordinaria avventura intellettuale, iniziata solo 400 anni fa, con Galileo Galilei e le prime Leggi fondamentali della natura da lui scoperte.

Galilei le chiamava “Impronte del Creatore”, impronte che potevano anche non esistere. Invece lui era convinto che esistessero, e che fossero presenti sia nelle stelle, sia nella materia “volgare” come le pietre, nelle quali in quel tempo tutti erano certi che non fosse possibile trovare verità fondamentali. È proprio studiando le pietre che Galilei iniziò a cercare quelle impronte, per un atto di fede nel Creatore.

Un atto di fede e di umiltà, che ci ha permesso di arrivare oggi, in soli quattro secoli, a concepire l'esistenza del "supermondo": la più alta vetta delle conoscenze scientifiche galileiane, quindi del sapere rigoroso, nell'immanente. Le frontiere stesse del supermondo confermano quanto dicevo prima, ovvero che siamo l'unica forma di materia vivente dotata di ragione.


Sono state attribuite al Pontefice false dichiarazioni di condanna nei confronti di Galileo Galilei, poi smentite. Come pensa che Papa Benedetto XVI veda realmente la figura di Galileo Galilei ?

Zichichi: Per Papa Benedetto XVI, la ragione è al centro della cultura del nostro tempo. Il suo pensiero su Galileo Galilei è stato mistificato, estrapolando una citazione di Feyerabend (che dichiarava giusta la condanna a Galilei), da un discorso che in realtà mirava a sostenere proprio la tesi opposta. E proprio in Galilei, il Pontefice vede una unione ideale tra scienza e fede.

Il 6 aprile 2006, alla domanda di un giovane che partecipava in Piazza San Pietro a un incontro in preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù, Benedetto XVI rispose che “il grande Galileo” Galilei considerava la Natura e la Bibbia due libri scritti dallo stesso Autore. Il libro della Natura in lingua matematica, perché per costruire l’Universo è necessario il rigore della matematica; la Bibbia, essendo parola di Dio, doveva invece essere scritta in linguaggio semplice e accessibile a tutti, come debbono essere i valori della nostra esistenza, che è una simbiosi della sfera immanentistica e della sfera trascendentale.


Cos’è la scienza?

Zichichi: La scienza, ci ricorda Benedetto XVI, nasce dall’atto galileiano di umiltà intellettuale: Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti noi, scienziati, filosofi, artisti, matematici, nessuno escluso. Per conoscere quale logica abbia scelto il Creatore per creare il mondo e noi stessi c’è una sola possibilità: porGli domande in modo rigoroso. È questo il significato di “esperimento di stampo galileiano”, e da qui nasce la scienza galileiana, che esige rigore e riproducibilità.
Se nel 1965 avessi potuto dimostrare l’esistenza dell’antimateria nucleare solamente con carta e penna e utilizzando il rigore della matematica, non avrei avuto bisogno di fare un esperimento estremamente difficile e per il quale fu necessario inventare un circuito elettronico speciale, che misurasse i tempi di volo delle particelle subnucleari con precisioni fino ad allora mai ottenute: frazioni di miliardesimi di secondo.

Per fare una scoperta scientifica è quindi necessario arrendersi alla superiorità intellettuale del Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, e realizzare un esperimento. È stato così per l’antimateria nucleare, come per tante altre scoperte.

Ogni scoperta è stata ottenuta sempre dopo un esperimento che ha richiesto almeno un’invenzione tecnologica, come ad esempio il più potente rivelatore di neutroni, che ha permesso di scoprire una formidabile proprietà dell’Universo subnucleare: l’enorme divario esistente tra le miscele mesoniche vettoriali e quelle pseudoscalari. Non è una proprietà banale delle strutture subnucleari ma il risultato delle leggi che governano l’Universo le cui regolarità e le cui leggi nessun filosofo, logico matematico, pensatore, nessuno, aveva saputo prevedere.
Se fosse sufficiente il rigore logico-matematico per comprendere com’è strutturato l’Universo subnucleare, non avremmo bisogno di costruire strutture complesse e gigantesche come la nuova macchina che entrerà in funzione entro la fine di quest’anno al CERN di Ginevra: una pista magnetica lunga 27 km, con una quantità enorme di rivelatori, cosa finora mai realizzata, per avere una risposta alla domanda: “com’era l’Universo un decimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang” ?


Lei parla spesso della necessità di umiltà intellettuale nella ricerca scientifica....

Zichichi: Se non fosse per l’atto di umiltà intellettuale del padre della scienza moderna, saremmo rimasti fermi, chissà per quanti secoli ancora, a ciò che pensavano i nostri antenati: basta essere intelligenti per capire com’è fatto il mondo.

Nel corso di diecimila anni, dall’alba della civiltà al sedicesimo secolo, tutte le culture si erano illuse di sapere decifrare il Libro della natura senza mai porre una sola domanda al Suo Autore. Ecco perché a nessuna cultura era toccato il privilegio di scoprire una Legge fondamentale della natura.

Oggi la scienza è arrivata alla soglia del supermondo, per quell’atto di fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei, che Giovanni Paolo II, il 30 marzo 1979, in Vaticano, presenti i rappresentanti dei fisici di tutta Europa, definì figlio legittimo e prediletto della Chiesa cattolica.
Con il suo coraggio intellettuale e spirituale Giovanni Paolo II riportò finalmente a casa i tesori della scienza galileiana che sono autentiche conquiste della cultura cattolica. E Benedetto XVI di questi tesori è oggi il massimo custode nella continuità culturale del Suo apostolato con quello di Giovanni Paolo II.


Questo si collega all’alleanza tra scienza e fede da lei sempre sostenuta?

Zichichi: Papa Giovanni Paolo II, spalancando le porte della Chiesa cattolica alla scienza galileiana, dette vita a questa grande alleanza tra fede e scienza. Una allenza di cui è prova la frase “scienza e fede sono entrambe doni di Dio” incisa su ferro ed esposta agli scienziati di tutto il mondo al Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana” a Erice.

La cultura del nostro tempo è detta moderna, ma in effetti è pre-aristotelica, come è provato da quella lettera cui hanno aderito, prima 67 persone che oggi sono diventate – mi è stato detto – molte migliaia.

Insegna però Enrico Fermi che la scienza è fondata sulla meritocrazia, non sui numeri di chi sottoscrive una presunta verità. Non si possono mettere ai voti le “Forze di Fermi” né l’equazione di Dirac. Né le leggi che continuiamo a scoprire nell’Universo subnucleare. La democrazia va bene per la politica, non per le verità scientifiche. Se vivessimo – come pretende la cultura dominante atea – nell’era della scienza quella lettera sarebbe rimasta con zero firme: non sarebbe mai stata scritta. Le radici di quella lettera sono nella cultura del nostro tempo che – come dicevo prima – è detta moderna mentre in effetti è pre-aristotelica. Infatti né la logica rigorosa né la scienza sono ancora entrate nel cuore di questa cultura che – come ha scritto Papa Benedetto XVI nel discorso preparato per la visita a “La Sapienza” – “costringe la ragione ad essere sorda al grande messaggio che viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza. Così facendo questa cultura agisce in modo da non permettere più alle radici della ragione di raggiungere le sorgenti che ne alimentano la linfa vitale”.

La sintesi più bella del pensiero di Papa Benedetto XVI è incisa nella cupola della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, dove c’è un’altra famosa frase di Giovanni Paolo II: “La scienza ha radici nell’Immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente”. Negare a Benedetto XVI il diritto di portare ai giovani il messaggio della grande alleanza tra fede e scienza è stato un atto di oscurantismo, non di laicità.


Link Zenit

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Nuove analisi sulla Sindone

Intervista a Padre Gianfranco Berbenni
(esperto in teologia e scienza)

Nei giorni scorsi sono state pubblicate alcune notizie su una intervista della BBC al dr. Christopher Bronk Ramsey, Direttore del Radiocarbon Accelerator di Oxford, che avrebbero ulteriormente smentito i risultati delle analisi al radiocarbonio 14 effettuate proprio in quei laboratori nel 1988 e che facevano risalire la Sindone al Medioevo.

A quanto pare, si tratterebbe di indiscrezioni, trapelate da un colloquio privato, perché, stando a quanto rivelato in un comunicato della Oxford University, Ramsey avrebbe dichiarato solo l’opportunità di effettuare altre analisi, utilizzando le nuove tecnologie. Come stiano le cose, si saprà forse solo alla vigilia di Pasqua, quando la BBC manderà in onda l’intervista.

Nello stesso periodo, la Sacra Sindone è stata estratta dalla teca in cui è conservata da alcuni anni, per verificarne lo stato di conservazione, e ne è stata realizzata una gigantografia di 7 metri per 21, che verrà esposta all’esterno del Duomo di Novara, e poi durante la Giornata Mondiale della Gioventù, a Sidney, alla presenza anche del Pontefice.

Per avere un commento e una analisi in proposito, ZENIT ha intervistato padre Gianfranco Berbenni, Ofm Cap., docente del Corso "La Scienza e la Teologia di fronte alla Sindone", all'interno del Master in Scienza e Fede dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolurum”, nell'ambito del Progetto STOQ (Science, Theology and the Ontological Quest).


Come vede le eventuali novità relative alla Sindone e a possibili ulteriori smentite delle analisi al radiocarbonio 14 del 1988 ?

Padre Berbenni: Al di là delle indiscrezioni, penso che si apra una nuova epoca di indagini sulla Sindone, ormai sono trascorsi vent'anni da quel tipo di studi scientifici.


Il dr. Ramsey faceva parte del team di analisi del 1988 ?

Padre Berbenni: Lavorava nel laboratorio in cui furono realizzate le analisi. Diciamo che è la nuova generazione di scienziati che si sta affacciando alle indagini sulla Sindone. Molti della vecchia generazione ci hanno lasciato, anche fisicamente, e questa nuova generazione giustamente attua una ripresa delle indagini, dato anche l'affinamento delle metodiche e delle strumentazioni per le datazioni archeologiche intercorse.

Qualcuno ha parlato anche di una sorta di complotto, come se il milione di dollari messo in palio per chi verificasse la non autenticità della Sindone, avesse spinto gli scienziati, non diciamo a falsare, ma quanto forse a indirizzare i risultati finali
Diciamo che forse questo fa parte un po' del genere “gossip scientifico”. Alle voci non si deve dare molto credito quando non si hanno prove serie. Il problema forse è che ambedue i fronti, quello favorevole alla Sindone e quello contrario, erano abbastanza in conflitto tra loro, e forse ambedue mettevano in campo il meglio per quel periodo. Ambedue probabilmente hanno bisogno di revisione storica di quegli eventi, senza però, penso, entrare in ipotesi di quel tipo.


Prendendo spunto proprio da questa sua affermazione sul diffuso “gossip scientifico”, come valuta la comunicazione e l'informazione che di solito si fa sulla Sindone e in che misura, secondo lei, a volte viene utilizzata per spettacolarizzare l'informazione?

Padre Berbenni: Uno dei punti deboli, recentemente preso in esame anche dal Centro Internazionale di Torino, è proprio il controllo della qualità dell'informazione relativa alla Sindone. Per cui un buon ufficio stampa è fondamentale per dare ai giornalisti materiali di buona affidabilità. E' quindi più un compito di organizzazione della comunicazione, che un lamento su eventuali effetti sgradevoli, o informative incomplete; a quel punto se sono incomplete divengono più facilmente manipolabili.


Quindi la manipolazione dell'informazione può essere anche involontaria?

Padre Berbenni: Sulla volontarietà vi sono molti indizi, però al di là degli indizi non ci sono prove.


Cosa pensa della gigantografia che è stata realizzata della Sindone, e che verrà esposta prima a Verona e poi alla GMG a Sidney ? C'è secondo lei il rischio che sia un modo di banalizzare un po' la Sindone, oppure no ?

Padre Berbenni: L'essenziale è che questa iniziativa della gigantografia mantenga un po' quella signorilità della comunicazione, che la Sindone ha sempre creato attorno a sé. Per cui va bene l'iniziativa, l'essenziale è che un certo tono molto “sindonico”, tra virgolette, sia sempre garantito.


C'è qualche novità recente relativa agli studi sulla Sindone ?

Padre Berbenni: Al di là dell'intervento di controllo sullo stato della Sindone in questi giorni, credo che la Chiesa non abbia intenzione di accelerare, almeno attualmente, nuove indagini. L'essenziale è la conservazione ottimale del reperto, cosa che dopo dieci anni circa dalla collocazione nella nuova splendida teca, è stata verificata.


Ci sono a volte nella comunicazione, nell'informazione, o anche nel modo in cui viene capita dalla maggior parte della popolazione, dei fraintendimenti sul significato teologico della Sindone?

Padre Berbenni: Purtroppo questo è uno dei settori più deboli attualmente, nella percezione popolare, nella percezione sociale su questo documento. Anche per la conflittualità che a volte lo contraddistingue. E' un documento splendido, ma al centro sempre di fieri scontri, anche di natura culturale, e a volte anche di posizioni teologiche.


Può parlarci delle teorie di scienziati o chimici sul modo in cui si sarebbe formata l'immagine della Sindone ?

Padre Berbenni: Sostanzialmente ci sono due grandi scuole, il nostro Centro di Roma, che propende per una formazione fisico-chimica normale, e la maggioranza, almeno attuale, delle posizioni scientifiche, che vede formazioni con ipotesi che vanno dal misterioso, perché non hanno ancora basi dimostrate, all'esoterico.
Le ricerche sulla formazione dell'immagine sono molto legate alla qualità delle ricerche dello STURP, dal 1976 al 1988, ma con alcuni condizionamenti anche di partenza.
L'importante è che proseguano le indagini senza eccessi di posizioni, di “fantasia scientifica”, ma con libertà di indagine.
Quanto a noi, suggeriremmo di tornare ad ipotesi molto più semplici, “normali”, dato che abbiamo anche disponibile ormai la foto ad alta definizione del retro della Sindone, che generalmente, fino al 2002, non era analizzabile se non in alcune piccole parti; parlando un po' degli aspetti tecnici della formazione dell'immagine. La foto del retro completa è disponibile dal 2002, dall'estate in cui vennero realizzati interventi di restauro davvero eccellenti.


Una conclusione ideale di questa intervista ?

Padre Berbenni: Sulla Sindone penso che sarebbe opportuno considerare sempre il grande valore, la centralità che questo documento ha per la cultura, per la scienza, e speriamo innanzitutto anche per la religione, la teologia.
Sempre centrale è la domanda: “chi è l'uomo avvolto nella Sindone” ?
Noi da sempre siamo propensi a ritenerlo il Cristo del Vangelo.


Link Zenit

domenica, febbraio 10, 2008

Il Pontefice e la visita all'Università La Sapienza di Roma

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Il Pontefice e la visita all'Università La Sapienza di Roma

Abbiamo pubblicato sul caso:

una Newsletter Speciale, di analisi dell'informazione sulle pretestuose proteste nei confronti della visita di Papa Benedetto XVI all'Ateneo Romano, le polemiche e il caso mediatico creatosi su tale vicenda, e con una rassegna stampa italiana ed estera;

il testo del discorso del Pontefice, nel 1990, da cui è stata estrapolata la citazione di Feyerabend, attribuita a PapaBenedetto XVI, che invece la citò proprio come esempio di un rapporto scorretto tra scienza e fede.

Link al testo integrale del discorso del Pontefice per la visita alla Sapienza

Link lettera Cardinale Tarcisio Bertone

Intervista Zenit - SRM al Prof. Giorgio Israel (Link SRM - Zenit), che già nei giorni precedenti scorsi aveva sostenuto il Pontefice dalle pagine dell'Osservatore Romano e del proprio blog.

Un commento dalla Spagna di P. Enrique Losada sscp (Link SRM)

La visita è stata poi annullata per tacitare le polemiche, calmare le proteste che si erano scatenate in questi giorni, ed evitare i rischi di manifestazioni pericolose, o comunque ulteriormente dannose per la serenità dell'ambiente accademico e sociale dell'Ateneo, e per la sua immagine e credibilità, italiana ed estera.

mercoledì, febbraio 06, 2008

Dal Chaos al Kosmos

Cosa sappiamo sulle origini dell'universo e sulla vita che in esso si è originata ?

Cicli di incontri annuali APEIRON


Intervengono:

P. Rafael Pascual LC, Decano della Facoltà di Filosofia e Direttore del Master in Scienza e Fede dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Paolo De Bernardis, Professore di Astrofisica presso l'Università La Sapienza di Roma

Giacomo D'Alì Staiti, Ordinario di Fisica Sperimentale presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Palermo

Cristiano Batalli Cosmovici, Dirigente di ricerca in Bioastronomia presso l'Istituto di Fisica dello Spazio dell'INAF a Roma

Link programma

martedì, gennaio 22, 2008

“La Sapienza”. Un commento dalla Spagna di P. Enrique Losada sscp

P. Enrique Losada sscp, già Superiore Generale della Congregazione dei Sacri Cuori, commenta dalla Spagna la vicenda della mancata visita del Pontefice all?università "La Sapienza".

“L'aver di fatto impedito al Pontefice, prima di tenere la lectio magistralis, poi comunque di presenziare l'inaugurazione e leggere un discorso ai partecipanti, mi sembra totalmente fuori luogo.

L'autorevolezza di Papa Benedetto XVI come intellettuale e grande teologo, come Vescovo di Roma, e dal punto di vista del dialogo tra la religione e la società laica, e tra la scienza e la fede, erano tutti motivi per permettere il l'incontro e il dialogo con il Pontefice, che non è certamente estraneo, foraneo, all'ambiente accademico romano e italiano.

Anche per i riferimenti a Galileo, era conosciuto che non si trattasse del pensiero del Papa, ma di una citazione di Feyerabend, che è stata slegata dal contesto.”
Quanto all'informazione, in Spagna, su questi episodi, P. Losada rileva un'eco non significativa, dovuta anche al fatto che in Spagna l'influsso della Chiesa sulla società civile, e il peso dei religiosi, sembrano essere diminuiti, rispetto al passato e soprattutto all'Italia.
PC

sabato, gennaio 19, 2008

Intervista a Giorgio Israel, sul "caso" La Sapienza

Matematico ebreo paga il prezzo per aver difeso il Papa

Intervista a Giorgio Israel, professore ordinario a “La Sapienza”

Paolo Centofanti

ROMA, venerdì, 18 gennaio 2008 (
ZENIT.org).- Difendere Benedetto XVI dagli attacchi di chi si è opposto alla sua visita all’Università “La Sapienza” di Roma implica un prezzo da pagare, afferma Giorgio Israel, docente ordinario di Matematiche complementari presso questo Ateneo romano.

Il professore, di origine ebraica, è intervenuto con un articolo su “L’Osservatore Romano” e con altre dichiarazioni per spiegare che Joseph Ratzinger ha difeso Galileo in una conferenza pronunciata nel 1990, e incriminata da 67 docenti (su circa 4.500) de “La Sapienza”.

ZENIT ha intervistato questo sostenitore del dialogo tra scienza e fede.

Come valuta il possibile danno di immagine e di credibilità, a livello nazionale e internazionale, della polemica innescata dalla mancata visita del Pontefice all'Università “La Sapienza”?

Prof. Israel: Penso che il danno sia abbastanza serio. Ho ricevuto delle lettere da parte anche di docenti americani, che erano sconcertati; negli Stati Uniti uno può trovare tutte le posizioni possibili e immaginabili, ma non questa forma così virulenta di rifiuto del dialogo nei confronti del Papa, e poi soltanto del Papa, perché “La Sapienza” ha invitato tutti. E' una cosa sconcertante, quindi secondo me il danno di immagine è molto elevato.

Quindi all'estero la notizia è stata diffusa e conosciuta...

Prof. Israel: Assolutamente sì. Una persona che mi ha scritto, addirittura aveva ascoltato alla radio, non so se a onde corte, un dibattito. Basta andare su Internet e rendersi conto, guardando un po' la stampa dei vari Paesi, di quanto la cosa abbia avuto delle ripercussioni fortissime.

Dal suo punto di vista, e per i suoi contatti come docente, pensa che ci sia un motivo reale che forse è stato nascosto dietro alcuni pretesti?
Prof. Israel: Non credo. So che c'è chi ha detto che tutto questo aveva anche come motivazione degli scontri tra gruppi accademici per la rielezione del Rettore. Però francamente non ci credo. Che poi qualcuno possa cavalcare questo, è più che probabile, però, in verità, la mia valutazione è che nel mondo universitario, che è stato sempre tradizionalmente legato all'estrema sinistra, in particolare al partito comunista, la fine dell'ideologia marxista abbia reso molti "orfani", in un certo senso, di questa ideologia. E in qualche modo hanno costruito come una sorta di teologia sostitutiva, come dice George Steiner: lo scientismo e il laicismo più accaniti. Secondo me è questo.
Adesso si può dire tutto quello che si vuole del comunismo, però ricordo un personaggio come Lucio Lombardo Radice, il matematico del partito comunista, che ho conosciuto personalmente. Se fosse accaduto un episodio come questo di oggi, penso che si sarebbe letteralmente scandalizzato. Allora esisteva un atteggiamento molto diverso. Paradossalmente, proprio il crollo di questo riferimento dell'ideologia marxista, ha prodotto un vuoto che è stato riempito con questa ideologia di tipo appunto laicista e scientista. E' così evidente, quando uno vede in che modo reagiscono le persone e i docenti universitari.
Dal momento che questo tipo di figure è largamente diffuso all'università, in essa troviamo una concentrazione estremamente elevata di persone che hanno una visione di questo genere, molto più che non nel complesso della società civile.


Pensa che l'intervento del Pontefice avrebbe potuto minare questo tipo di ideologie?
Prof. Israel: No, perché è un processo estremamente lento. Sotto un certo aspetto invece penso che visto che c'è stata una opposizione, una situazione difficile di questo genere, sia stato meglio. La scelta che è stata fatta è stata una scelta molto giusta, cioè di non forzare la mano, visto che esisteva un atteggiamento di questo genere, non tanto tra gli studenti.
Ecco io distinguerei fortemente. Direi tre cose. Tra gli studenti, il gruppo che si è opposto è una strettissima minoranza, e questa è la maledizione de “La Sapienza”, cioè il fatto che esista sempre qualche gruppo di scalmanati che riesce a imporre la sua volontà alla stragrande maggioranza degli studenti. Io non credo che tra gli studenti questa posizione sia non dico maggioritaria, ma neanche estesa.
Tra i docenti è diverso. Hanno firmato solo in 67, ma io credo che siano molti di più quelli che invece hanno una posizione di questo tipo. Lo dico positivamente, per conoscenza. Poi ci sono anche moltissimi, che invece la pensano in modo differente. E già so di raccolte di firme, in queste ore. Non c'è dubbio, ecco. Mi riesce difficile stimare le percentuali, non ne ho idea. Però è chiaro che forse si divide metà e metà; però appunto non è una minoranza stretta, non sono i 67, sono di più.
Quindi di fronte a una cosa di questo genere, secondo me è stato giusto non venire e dare anche una una lezione di stile, inviando un discorso che in qualche modo smantella tutti i pretesti che sono stati alla base del rifiuto, dell'opposizione alla venuta del Papa.
Dopo di che, secondo me il cambiamento di questa mentalità può avvenire solo con un processo molto lento, di discussione, in cui si mostri progressivamente che queste posizioni di tipo scientista, laicista, oltranziste, sono delle posizioni di tipo sbagliato. Però, ripeto, per fare andare avanti questi processi ci vuole molto tempo; non è una cosa che si realizza nel giro di giorni, neanche di mesi o di un anno. Ci vuole tempo.


Quindi lei pensa che sia possibile all'interno dell'Università pubblica italiana iniziare un dialogo tra fede e ragione?
Prof. Israel: Penso senz'altro di si. Il vantaggio, ciò che di positivo può uscire da questa vicenda, è che si crei una rete di persone, che si è trovata a condividere le stesse idee, e che si conosca. Perché quello che si vede in queste circostanze lo sto vedendo anche nelle lezioni: ci sono molte persone che non sono d'accordo con quello che è avvenuto, però non si conoscono tra loro.
Secondo me ci vuole che si crei una rete di persone che sia interessata a questa tematica e che la sviluppi. Anche per questo ci vuole un po' di tempo, ma le condizioni certamente ci sono. Penso che sia una situazione molto difficile, ma penso che in prospettiva ci siano le condizioni perché migliori la situazione. Bisogna avere un po' di pazienza...
L'Università è stata sempre terreno di ideologie piuttosto estremiste. In Italia, come anche in molti altri Paesi d'Europa, è così. Non come negli Stati Uniti, dove si trovano tutti i tipi di realtà. Questo è il punto.


Dal suo punto di vista, oltre a estrapolare dal contesto la citazione del Pontefice della frase di Feyerabend o a parlare del “caso” Galileo, quali possono essere stati gli altri errori o artifici retorici nella comunicazione?
Prof. Israel: Non so se siano errori di comunicazione. A mio parere riflettono da un lato un degrado culturale, perché chi fa una cosa del genere e non se ne vergogna, o addirittura non se ne rende conto (come in certi casi ho constatato), è una persona che culturalmente è caduta di livello.
In altri casi ho constatato che c'è un accanimento viscerale che preme su qualsiasi cosa. Ho avuto una discussione proprio poco fa per posta elettronica con un collega. Alla fine si è rivelato sordo a qualsiasi argomento, e non riuscendo a rispondere, mi ha detto semplicemente che il Papa non doveva venire, che deve solo chiedere scusa per il resto della sua vita, e cose di questo tipo. O addirittura scrivendo che solo chi conosce tutti i teoremi della matematica può permettersi di parlare di scienze. Che dire? Penso che ci sia una componente di astio anche estremamente forte in molte persone.


Ha avuto delle ripercussioni o ha subito critiche e attacchi per essersi schierato in questi giorni?
Prof. Israel: Non ho visto molta gente in questo periodo, ma è la solita situazione. Cioè chi prende posizioni come quelle che prendo io, paga un prezzo. Ci sono persone che non ti parlano più, perché, ripeto, è un clima fortemente fazioso.

Link Zenit

martedì, gennaio 15, 2008

L'Epifania, simbolo dell'armonia tra scienza e fede

La festività dell'Epifania, quando i Magi concludono il loro cammino e raggiungono Gesù Bambino, ha una forte valenza simbolica, sia per l'omaggio che questi antichi scienziati (degli astronomi del tempo) rendono al Salvatore, sia per il loro lungo percorso di ricerca che alla fine li conduce a Dio.

Per Gaspare, Melchiorre e Baldassare, sono proprio lo studio dei fenomeni astronomici, la loro coincidenza con quanto profetizzato dalle Antiche Scritture, e la loro fede, ciò che permette di arrivare a Dio. Per un quarto studioso, partito con lo stesso obiettivo, i dubbi e la mancanza di sufficiente fede sono invece l'ostacolo insormontabile, che lo spinge a fermarsi.

Sull'argomento, analizzato dal DISF in una scheda (link), sono state pubblicati in questi giorni una intervista (link) di Radio Vaticana a Monsignor Luigi Negri (teologo e vescovo della diocesi di San Marino – Montefeltro), e un articolo di Korazym (link).

Monsignor Negri ha spiegato come i Magi rappresentino “la potenza intellettuale che si china all’umiltà di Dio”, e i loro doni simboleggino “la tensione alla verità e anche il senso alla impossibilità di arrivare, da parte della ragione umana, alla verità”.

L'Epifania è quindi “una icona di quella che Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio chiamava 'l’inevitabile sinergia di fede e di ragione', che si attua poi con un potenziamento reciproco di queste due grandi facoltà umane”.

E la rinuncia del quarto Mago mostra come “la ricerca della verità” non possa “essere fatta soltanto con un’intelligenza intesa in senso cartesiano-kantiano”, ma debba essere “una ricerca insieme dell’intelligenza e del cuore”.

Citando San Tommaso d’Aquino, Monsignor Negri spiega che “la ragione ricerca inequivocabilmente il mistero dell’essere”, ma lo raggiunge “non senza gravi difficoltà, non senza l’esperienza di rovinosi errori”.

La ragione, da sola, è insufficiente, e solamente “la gratuità della fede può sanare, perché anche la ragione ha bisogno di essere sanata da quella bellissima immagine del Cristo-medico che Benedetto XVI ha evocato in modo così commosso e commovente nella Spe salvi”.

L'insegnamento che la storia dei Magi propone agli uomini, e in particolare ai giovani, conclude Monsignor Negri, è che “l’unica grande moralità dell’uomo è amare la verità più di se stessi. I Magi si sono affidati a un segno, come è la cometa, anziché perseguire soltanto quello che fino ad allora avevano trovato con la loro intelligenza”.
PC

giovedì, gennaio 10, 2008

Prossimi Eventi. Master in Scienza e Fede

“Il Pontificio Consiglio della Cultura e il dialogo scienza-fede”


Conferenza di Mons. Melchor Sánchez de Toca y Alameda (Pontificio Consiglio della Cultura), per il corso Scienza e religione: storia dei rapporti recenti tra scienza e fede (Don Paul Haffner e collaboratori).


15 gennaio 2008, dalle 15.30 alle 17.00

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Aula Masters





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“Dall'Atomo all'Uomo: determinismo, diversità, complessità"

Conferenza del Prof. Vincenzo Balzani (Professore di Chimica all'Università di Bologna)


Martedì 15 gennaio 2008, dalle ore 17.10 alle ore 18.40


Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Aula Masters


“There Is a God”.

Antony Flew, Roy Abraham Varghese

La “conversione” di Antony Flew



Con “There Is a God” il libro appena pubblicato negli Stati Uniti per Harper Collins, Antony Flew, il filosofo della scienza autore di “God and Philosophy” (1966) e in passato conosciuto come il più importante esponente dell'ateismo, completa la propria “conversione”.

Già nel 2004 si era definito come “ex ateo”, dichiarando di aver perso le proprie certezze nella non esistenza di Dio.

La spinta determinante era venuta dalla lettura di due libri, “L'Universo Sapiente” (Il Saggiatore), di Gerald Schroeder (ebreo) e “The Wonder of the World”, del giornalista cattolico Roy Abraham Varghese.

E proprio con Varghese Flews ha scritto il libro, in cui spiega il percorso umano e intellettuale che lo ha portato a credere in Dio.

Perchè la sua nuova fede, spiega, non è nata da voci interiori o esperienze mistiche, ma, come lui stesso ha dichiarato in una intervista a
To The Source, “è stata la stessa evidenza che mi ha condotto a questa conclusione”, ovvero ad “essere un deista”, che crede “che Dio è una persona ma non un soggetto con cui si può avere una discussione. È l’essere eterno, il Creatore dell’universo. Accetto il Dio di Aristotele”.

Due sono stati gli elementi principali alla base della sue conclusioni: la “crescente empatia verso lo sguardo di Einstein e altri noti scienziati secondo i quali ci deve essere stata un’Intelligenza dietro la complessità integrata dell’universo fisico”, e il suo “sguardo personale che ha integrato questa medesima complessità”.

Per Flew, che critica Richard Dawkins e gli altri epigoni dell'ateismo militante, in particolare il tentativo di Dawkins di giustificare le origini della vita come semplice frutto casuale di una “occasione fortunata”, in realtà “l’origine della vita e la riproduzione non possono essere semplicemente spiegate da un punto di vista biologico, nonostante i numerosi tentativi che sono stati fatti in questo senso”, e “mentre facciamo sempre più scoperte sulla ricchezza e l’intelligenza della vita, pare sempre meno plausibile che un brodo chimico abbia potuto generare in maniera magica il codice genetico”.

Le origini “delle leggi della natura e della vita, nonché quelle dell’universo, portano chiaramente verso una Sorgente intelligente”.

PC

Fonti: Avvenire, 6 dicembre 2007 -
To The Source

Nuovo sito web SRM

Come avevamo anticipato, abbiamo realizzato e pubblicato la nuova versione base del sito web SRM – Science and Religion in Media.

Il sito, in fase di completo aggiornamento, oltre ad essere più semplice e di più immediata lettura, avrà a breve funzioni di ricerca sui blog, le news e all'interno del sito stesso, ed è stato modificato graficamente.

Indirizzo (www.srmedia.org) e contatti restano invariati, mentre i blogs a breve saranno aggiornati ed integrati all'interno del sito, strutturati come News SRM.

Nei prossimi giorni invieremo un messaggio con le indicazioni delle modifiche attuate e della struttura del sito.

Vi preghiamo di inviarci eventuali segnalazioni, commenti o suggerimenti all'indirizzo direttore@srmedia.org, oppure info@srmedia.org.


P. Rafael Pascual
Dean of School of Philosophy, and Director of Science and Faith Diploma Program

Paolo Centofanti
Direttore SRM - Master in Scienza e Fede

L'Universo in espansione accelerata mette in discussione la tradizionale teoria del Big Bang

Luigi dell'Aglio intervista William Shea.

In base alla teoria di Newton sulla gravitazione universale, spiega Shea, titolare della Cattedra Galileiana di Storia della Scienza all'Università di Padova, e membro dell'Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma (il comitato che assegna i Premi Nobel), dopo il Big Bang, l'espansione dell'universo “avrebbe dovuto attenuarsi”. Invece è stato verificato che “il processo di espansione è sempre più veloce”.

Anche per l'evoluzione termica dell'universo, che dovrebbe “raffreddarsi, lentamente e progressivamente”, le teorie tradizionali contrastano con le oservazioni concrete: “notiamo un cambiamento nello spettro – sottolinea Shea - continuamente confermato dalle osservazioni fatte dai satelliti che girano attorno alla Terra”. E un “altro mistero” è il fatto che la materia sia distribuita nell'Universo “in modo relativamente uniforme, i corpi celesti addensati sono pochissimi; e invece, secondo la teoria newtoniana, per via della reciproca attrazione dei corpi, l'addensamento della materia dovrebbe risultare molto maggiore”.

Varie le teorie che tentano di spiegare tali fenomeni, tra cui quelle dell'americano Alan Guth, di Stephen Hawking con la cosmologia quantistica , della teoria delle “bolle” e del multiverso (pluralità di universi).

“Oggi – spiega Shea - alcuni pensano che esistano molti universi o' bolle', e una di queste 'bolle' sarebbe il nostro Universo. I vari universi si troverebbero l'uno accanto all'altro, ma non potrebbero comunicare fra loro e sarebbero governati da leggi fisiche diverse».

Tra le incertezze, ci troviamo comunque in “un momento di grande impegno per la cosmologia” e in “una fase di passaggio molto affascinante” ed “appassionante soprattutto per i credenti: come diceva Galileo, leggere il libro della natura è come entrare nel disegno del Creatore”.

Nell'intervista Shea ha poi parlato del dialogo tra scienza e fede: “la scienza – ha affermato - non può ignorare la dimensione spirituale del mondo e dell'uomo. E, d'altro canto, i credenti hanno il dovere di studiare la scienza”.

“Parlare di Galileo - ha proseguito Shea, che ha recentemente pubblicato 'Galileo in Rome' e 'Galileo observed', è quindi - attualissimo. Il suo caso può insegnarci a prevenire le incomprensioni”.

Nei giorni scorsi Shea aveva anche confermato l'autenticità del ritratto dello scienziato, opera di Ottavio Leoni.
PC
Da Avvenire del 23 dicembre 2007

Link Euresis