mercoledì, luglio 16, 2008

Il programma della visita del Papa in Francia

Per il centocinquantesimo anniversario delle apparizioni della Vergine nella Grotta di Lourdes

da L'Osservatore Romano del 6 luglio 2008

Sarà un viaggio breve ma intenso quello di Benedetto XVI in Francia, dal 12 al 15 settembre prossimi. Il programma è stato reso noto ieri, venerdì 4, dalla sala stampa della Santa Sede.

Quattro giorni la durata; due le tappe (Parigi e Lourdes); quattro i momenti "istituzionali", cioè gli incontri con le autorità civili; tre le celebrazioni eucaristiche; tre le partecipazioni a momenti liturgici diversi (recita dei vespri e processioni), tre le visite a luoghi significativi; quattro incontri con le diverse componenti della comunità ecclesiale francese; un incontro con la comunità ebraica; il pranzo con i vescovi francesi; undici, al momento, i discorsi previsti.

Tappa più istituzionale quella di Parigi; eminentemente pastorale quella di Lourdes. È l'estrema sintesi del decimo viaggio di Papa Benedetto XVI oltre i confini italiani (il nono è quello che si accinge a compiere in Australia dal 12 al 21 prossimi). L'occasione per la sua prima visita al paese transalpino è la celebrazione del centocinquantesimo anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle. In realtà il Papa avrà modo di prendere contatto con una Chiesa che ha estremamente bisogno di riaprirsi alla speranza, soprattutto nella sua componente più giovane.

Partirà venerdì mattina, 12 settembre dall'aeroporto internazionale Leonardo da Vinci. Giungerà poco dopo due ore di viaggio all'aeroporto di Orly, Parigi, dove avverrà la consueta cerimonia di benvenuto. Il primo appuntamento è con il presidente francese Nicolas Sarkozy all'Eliseo. A fine mattinata incontrerà le autorità civili, sempre all'Eliseo.

Nel primo pomeriggio incontrerà nella nunziatura di Parigi i rappresentanti della comunità ebraica, la terza per importanza nel mondo, dopo quella che risiede naturalmente ad Israele, e quella degli Stati Uniti.

Successivamente il Papa si recherà nel Collegio dei Bernardini di Parigi per incontrare gli esponenti del mondo della cultura. Il Collegio rappresenta un punto di riferimento particolare per la cultura francese, per quella parigina in particolare. Si tratta di un edificio di eccezionale bellezza, risalente al xii secolo, completamente restaurato - i lavori si sono appena conclusi e per la prima volta aprirà le porte al pubblico il 5,6, e 7 settembre prossimi. Dopo la celebrazione dei vespri nella cattedrale di Notre Dame con sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, ci sarà l'attesissimo incontro con i giovani, con i quali il Papa inaugurerà una veglia di preghiera che si prolungherà per tutta la notte in tutte le chiese della città.

La prima messa a Parigi il Papa la celebrerà il mattino successivo, sabato 13, sulla storica "esplanade des invalides". Quanto ai partecipanti le previsioni prudentemente si attestano sulle duecentomila persone. C'è da credere che saranno molte di più accalcati sul lungo Senna. Il pranzo in nunziatura con i vescovi dell'Île de France concluderà la tappa parigina. Nel primo pomeriggio l'arrivo a Lourdes. Visiterà la chiesa del sacro Cuore e poi la grotta delle apparizioni. In serata concluderà la suggestiva processione aux flambeaux nel piazzale del rosario del santuario.

La domenica successiva celebrerà la messa del centocinquantesimo delle apparizioni nella Praierie. Nel pomeriggio, dopo l'incontro con i vescovi concluderà la processione eucaristica alla Praierie.

Lunedì mattina visiterà l'oratorio dell'ospedale e, nella basilica cattedrale di Notre Dame di Lourdes, celebrerà la messa per i malati. Sarà l'ultimo incontro: la cerimonia di congedo all'aeroporto di Tarbes-Lourdes-Pyrénnées è in programma per fine mattinata. Il rientro in Italia avverrà nel primo pomeriggio.

©L'Osservatore Romano

giovedì, luglio 10, 2008

La scomparsa di Sir John Marks Templeton

E' scomparso l'8 luglio, all'età di 95 anni, Sir John Marks Templeton, finanziere, imprenditore e filantropo, autore di numerosi libri, e fondatore della John Templeton Foundation, con la quale per trent'anni ha sostenuto la ricerca sulla scienza, la religione e il significato della vita.

Nel 1972 aveva istituito il Templeton Prize, destinato a premiare ogni anno i più importanti lavori di studio e ricerca sulla dimensione spirituale dell'esistenza umana, e sul rapporto tra scienza e religione.

Il premio è significativamente di ammontare superiore al premio Nobel per sottolineare la sua convinzione nell'importanza delle ricerche nella dimensione spirituale, in confronto alle ricerche in ambiti esclusivamente scientifici.

La Fondazione Templeton sostiene attività di ricerca scientifica nelle più importanti università, in ambiti quali la fisica teorica, la cosmologia, le scienze fisiche, la biologia evolutiva, le scienze sociali, le scienze cognitive, in relazione alla religione e alla religiosità, la creatività, il senso dell'esistenza umana, l'amore e il perdono.

La Templeton Foundation incoraggia e sostiene anche il dialogo informato e aperto tra scienziati e teologi, sulle cosiddette "Grandi Questioni", quali l'esistenza di Dio, la religione e la religiosità, lo scopo dell'esistenza umana, il rapporto tra scienza e religione.

Sir John Marks Templeton è stato autore di numerosi libri, tra cui ricordiamo "The Humble Approach. Scientists Discover God", del 1981.

Link John Templeton Foundation - The New York Times


foto John Templeton Foundation

mercoledì, luglio 09, 2008

Lo Stato della Louisiana autorizza l'insegnamento anche di ipotesi critiche o alternative al darwinismo

Una decisione che ha sollevato da una parte numerosi consensi, soprattutto da parte di insegnanti, genitori e studenti di fede religiosa, e dall'altra molte critiche, soprattutto da parte di chi teme che si possa delegittimare le basi stesse dell'insegnamento delle teorie evolutive.

Una logica, questa, quasi da “enclave” intellettuale, e che per anni, non solo ha limitato lo spirito critico degli studenti, ma escludendo la possibilità di riflettere su ipotesi alternative, ha anche di fatto contribuito a rendere apparentemente difficile o impossibile il dialogo tra fede e scienza sull'evoluzione.

Uno delle ragioni alla base di questa decisione, che potrebbe essere presa da esempio anche in altri stati, è proprio la volontà di “promuovere capacità di pensiero critico”.

Link NYT
PC

Su Wired il dibattito su fede e alieni, dopo le dichiarazioni di Padre Funes

L'intervista di Padre José Luis Funes all'Osservatore Romano (link), da SRM segnalata nella Newsletter n. 68 (link) in cui il gesuita astronomo, direttore degli Osservatori Vaticani, parlava della conciliabilità tra fede e studi astronomici, dell'interesse della Chiesa Cattolica per l'astronomia, e della compatibilità della fede con le teorie evolutive e con l'ipotesi dell'esistenza nell'universo di “altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio”, ha suscitato forte interesse e curiosità.

Wired dedica all'argomento un articolo, Christian Theologians Prepare for Extraterrestrial Life in cui, con riflessioni di di vari studiosi e religiosi, dall'astronomo vaticano Padre Guy Consolmagno al Pastore Mark Conn (Noble Hill Baptist Church, Springfield, Missouri), a Douglas Vakoch, direttore dell' Interstellar Message Composition al SETI Institute, vengono brevemente esaminate alcune questioni legate all'esistenza di altre forme di vita, dal loro significato per la religione alla possibile religiosità degli “alieni”, dal significato della venuta di Gesù sulla terra, alla possibilità che eventuali esseri di altri pianeti possano essere “senza peccato”.

Da segnalare che Consolmagno ha pubblicato, nel 2005, “Intelligent Life in the Universe ? Catholic Belief and the Search for Extraterrestrial Intelligent Life”(Consolmagno SJ, Br Guy ),
link

Link intervista da L'Osservatore Romano: SRM - SRM Blog

Wired:
Christian Theologians Prepare for Extraterrestrial Life
Wired: Reporter's Notebook: God, Aliens and Us
Intelligent Life in the Universe ?
Catholic Belief and the Search for Extraterrestrial Intelligent Life
Fonte:
InnoNation, Wired

venerdì, luglio 04, 2008

Embrioni chimera e orizzonti della biomedicina

Se è il progresso scientifico a definire il bene e il male

di Augusto Pessina
da L'Osservatore Romano, 10 giugno 2008

Dopo che la Camera dei Comuni britannica ha aperto la strada alla creazione degli embrioni ibridi uomo-animale abbiamo assistito alla grande soddisfazione di molti ricercatori che hanno visto in questa decisione una grande vittoria del progresso scientifico biomedico. C'è invece una notizia che nessuno purtroppo vuole dare: la cosiddetta "biomedicina" è malata anch'essa di una patologia grave e, se non curata, porterà danni irreparabili.

Il primo sintomo della patologia è già insito nell'ambiguo termine "biomedicina" che nell'immaginario collettivo è diventata una specie di "zona franca", dove sembra possibile fare di tutto. Da una parte la ricerca biologica, circonfusa di un alone di sacralità "medica" - leggi: votata alla cura e alla terapia - può finalmente condurre tutte le sue sperimentazioni anche le più aberranti e inutili. Dall'altra, la medicina sembra perdere ogni giorno coscienza del suo vero compito che è di prendersi cura dell'uomo per guarirlo dalla malattia, ove possibile; alleviarne le sofferenze e accompagnarlo fino a morte dignitosa ove la guarigione non sia possibile. La medicina può e deve utilizzare tutte le conoscenze biologiche a patto che non annullino la sua missione e il rispetto della dignità umana.

Leggendo quanto affermato da Benedetto XVI a Ratisbona - e in molte altre occasioni - si capisce meglio dove comincia la malattia della scienza. Da quando la "ragione" dell'uomo si è trasformata, da strumento di indagine e di apertura verso la realtà, a "misura" di tutto, l'assolutizzazione della ricerca scientifica e della scienza - in particolare biomedica - provoca una nefasta ricaduta sulla società. La scienza biomedica è oggi proposta e percepita come "il massimo bene" per l'uomo al quale sembra promettere non solo la salute - che peraltro non è in grado di garantire - ma anche una sorta di "salvezza".

La vera origine della questione è descritta, ancor più chiaramente, in un brano riportato nella enciclica Spe salvi là dove il Papa la ricollega al pensiero di Francesco Bacone (1561-1626). Come scrive Benedetto XVI: "La novità - secondo la visione di Bacone - sta nella nuova correlazione tra scienza e prassi. Ciò viene poi applicato anche teologicamente. Questa nuova correlazione tra scienza e prassi significherebbe che il dominio sulla creazione, dato all'uomo da Dio e perso nel peccato originale, verrebbe ristabilito" (Spe salvi, 16). Se dunque questo dominio dell'uomo sulla creazione, perso con il peccato originale, viene ristabilito, significa che la "speranza di redenzione" può finalmente poggiare sulla "fede nel progresso". Si ha così l'evacuazione dell'aspetto più drammatico di tutta la storia dell'uomo dalla sua origine: quello del bene e del male. Non è più il bene o il male a definire se il passo che si fa è realmente un progresso per l'uomo, ma è il progresso che stabilisce cosa sia bene e cosa male per l'uomo stesso.

Il fatto è , come scriveva anche il grande matematico Jules-Henri Poincarè, che "La scienza può farci conoscere i rapporti tra le cose, non le cose in quanto tali. Al di là di questi rapporti non c'è alcuna realtà conoscibile scientificamente. L'esperienza è la sola fonte di verità, essa sola ci può insegnare qualcosa di nuovo". Il concetto di esperienza ristabilisce correttamente il rapporto con la realtà perché l'esperienza implica quel livello assai misterioso dell'autocoscienza che è l'io di cui la scienza non si può occupare con il suo metodo. Per questo, un uomo che rifletta onestamente trova, al fondo della propria esperienza, indipendentemente dallo stato di benessere sociale, economico, di razza e religione, una risultante ultima e comune: la percezione del "limite" e dell'impotenza di fronte al dolore e al male. Esperienza che si può negare solo ricorrendo alla illusione irrazionale che si tratti di una condizione transitoria che la scienza e la tecnologia saranno in grado di eliminare. Una semplice questione di tempo, poi i limiti e i bisogni di oggi saranno superati e risolti, il progresso stesso ci aiuterà a superare tutte le dipendenze.

È così che nella cosiddetta "scienza biomedica" ha preso corpo una forma di "utopia" che distrugge ogni costruttivo realismo fino a condurre a investire milioni di euro per ricerche, non solo aberranti, ma perfino "inutili", come queste degli ibridi. Con esse si promettono (domani) soluzioni a tutto e intanto si sottraggono fondi a quelle ricerche e a quegli interventi che, più realisticamente, potrebbero almeno migliorare in poco tempo molta pratica medica.

La crudeltà delle utopie è proprio nel fatto che, rimandando sempre al domani, negano una possibile esperienza positiva di umanità oggi, distruggendo così la possibilità di fare esperienza della speranza stessa. La speranza infatti vive ed è alimentata in un presente vissuto con la coscienza che la vita ha un significato oggi. E riconoscere il bisogno che un uomo vive "nell'oggi" costringerebbe la ragione a cercare un senso a quanto accade ora e che non dipende da me. Il domani lo si può svendere come un software dove tutto è virtuale, ma il gioco aiuta solo a dimenticare l'urgenza odierna di significato.

Alcune devastanti conseguenze della "fede nel progresso" sono bene descritte nella enciclica Spe salvi che al termine della analisi ribadisce, con l'intensità di un grido, quale sia l'unica vera possibilità di recupero e quindi di speranza. Scrive Benedetto XVI: "Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di "redenzione" che dà un senso nuovo alla sua vita". E più avanti: "L'essere umano ha bisogno dell'amore incondizionato. Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora - solo allora - l'uomo è redento, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha "redenti "" (Spe salvi, 26).

Come ha denunciato Marc Gellman l'indomani della clonazione della pecora Dolly, nel dibattito organizzato dalla New York Academy of Science, "C'è una sapienza delle persone comuni che è stata ingiustamente oltraggiata da coloro che ritengono che non conoscere termini come aploide, diploide ed embrione totipotente sia moralmente disdicevole. C'è invece una forte e reale conoscenza che noi non siamo i creatori di noi stessi. Le nuove tecnologie minacciano questa fondamentale verità in modo potente e doloroso" ("The Sciences", 37; novembre 1997).

La prima elementare libertà dovrebbe essere nel riconoscere questa dipendenza per non divenire schiavi di noi stessi e dei nostri sogni.


* Università di Milano, Presidente dell'Associazione Italiana Colture Cellulari

Copyright L'Osservatore Romano

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Fonte DISF, Euresis

mercoledì, giugno 25, 2008

Il Cardinale Bertone in Bielorussia: fede e ragione sono due modalità di conoscenza della verità

Il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, si è recato in missione in Bielorussia per incontrare la comunità cattolica e i rappresentanti istituzionali del Paese.

Durante il suo viaggio, Bertone ha tenuto una lectio magistralis all’Università Statale, sul tema: “Fede e ragione: parlare di Dio all’uomo di oggi”.

“Nel legame fra verità e libertà”, ha affermato, “il primato spetta alla prima”; e quando riusciamo a vedere “fede e ragione come due strade rivolte alla conoscenza della verità, si dilegua quella competizione di principio fra loro”.

Purtroppo, nella nostra epoca, è diffuso la concezione di un “nuovo vangelo secolarizzato, agnostico, talvolta ateo”, per il quale la libertà non dipende dalla verità, ma “primeggia su tutto”, ed è misura di sé stessa, mentre per i Vangeli solo la verità può renderci liberi.

Razionalismo e ateismo hanno portato a stravolgere “il nesso uomo-Dio”. Dio non renderebbe libero l'uomo, ma anzi “quanto più l’uomo pone in alto Dio, tanto più si aliena e sottrae a se stesso qualcosa di essenziale”

Nella società odierna, spiega il Segretario di Stato Vaticano, è difficile essere credenti, e anche “parlare di religione e di Dio all’uomo di oggi, in un contesto culturale di progressiva secolarizzazione.”

“Oggi – prosegue - chi parla di religione e di fede ha spesso la sensazione di somigliare ad un clown”, e “non solo chi ascolta è tentato dall’incredulità”, ma “anche nel credente serpeggia la minaccia dell’incertezza”.

L'uomo, in “un mondo che sembra impossibilitato ad andare oltre il fenomeno”, non deve quindi accettare questa ideologia di apparenze, ma “deve ricercare la Gloria di Dio, che è “lo splendore luminoso della verità”.

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SIR - Radio Vaticana

“Evoluzione e creazione: Una falsa antinomia”

Un articolo di Mons. Gianfranco Ravasi sull'Osservatore Romano

Il Presidente del Pontificio Consiglio torna a parlare del rapporto tra evoluzione e creazione, e della “falsa antinomia” tra due modi differenti di conoscere e comprendere la realtà.

L'articolo inizia con una citazione di Bertrand Russell, e analizza subito il tema delle teorie darwiniane, e la loro importanza nella cultura contemporanea, in particolar modo nel prossimo anno, quando cadranno gli anniversari del bicentenario della nascita e del 150mo anniversario della pubblicazione a Londra di “The Origin of Species by Means of Natural Selection”.

Presenta poi l'ultimo libro di Mons. Fiorenzo Facchini, Le sfide dell'evoluzione (Milano, Jaca Book, pp. 174), che mostra che “l'uomo ha una storia evolutiva (come le altre specie viventi) e si radica nel ceppo dei primati” e che “l'evoluzione è la più plausibile spiegazione della documentazione fossile a noi pervenuta ed è coerente con le risultanze delle altre discipline (paleontologia, anatomia comparata, zoologia, genetica e biologia molecolare)”.

“La culla dell'umanità – spiega Ravasi - è da identificare in Africa; la cultura coi suoi sistemi intenzionali e simbolici è l'emblema identitario dell'uomo.

Una tesi ribadita dal grande antropologo Yves Coppens, che ne “Le origini dell'uomo” (Milano, Jaca Book, 2008, pagine 61, euro 18), “ha voluto raccontare le origini dell'uomo ai ragazzi e l'ha fatto con un delizioso album, illustrato da Sacha Gepner”.

Link
SRM - SRM Blog
Fonte Euresis

Lo statuto dell'essere umano nell'epoca della scienza

di Marcelo Sánchez Sorondo Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

da L’Osservatore Romano, 23-24.06.2008


Al termine del suo laborioso cammino nella Critica della ragione pura che fa capo all'io trascendentale, Kant confessava, con la sincerità di un antico stoico, un profondo sentimento di attesa: "Ogni interesse della mia ragione (tanto quello speculativo quanto quello pratico) si concentra nelle seguenti tre questioni:

1. Che cosa posso sapere?
2. Che cosa devo fare?
3. Che cosa ho diritto di sperare?".

Quando poi riprese queste tematiche nella tarda Logik, aggiungeva una quarta domanda: "Che cosa è l'uomo?". Dopo tutto, infatti aggiunge - e la precisazione è una novità di valore essenziale - "tutto questo si potrebbe attribuire all'antropologia poiché le tre prime questioni si rapportano all'ultima, cioè, che cosa è l'uomo?"

Queste domande che fanno dell'antropologia il luogo privilegiato della ricerca della verità, rendono Kant uno dei pensatori moderni più radicale e geniale e insieme uno dei più problematici. Le laboriose analisi della Kritik der reinen Vernunft, ch'egli intende far passare sotto il nome di "metafisica", l'hanno smarrito in un labirinto che termina con più domande che risposte. Tuttavia, egli non disarma e fa appello - probabilmente sotto l'influsso del sentimento (feeling) di Hume che dà vitalità e valore alle impressions - alla convinzione ed esperienza profonda. Così egli riesce ad affermare nel noto testo della Kritik der praktischen Vernunft: "Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me". Nessuna incertezza o dubbio: "Io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza". Due esperienze fondamentali e pertanto due vie d'apertura verso l'infinito: ciascuna con lo stesso punto di partenza antropologico, ma con un orientamento diverso, che diventano oggi, con lo sviluppo della fisica, astrofisica, biologia e neurologia contemporanee di particolare significato e attualità. Seguiamo ancora le indicazioni di Kant.

La prima via - spiega - comincia dal posto che io con il mio corpo e il mio cervello occupo nel mondo sensibile esterno, e allarga la connessione, in cui mi trovo, a "una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora nei tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata". Questa esperienza è la via della riflessione sulla natura, che porta lo spirito al di là della tangente del mondo visibile, ammirato e smarrito, ma tuttavia fiero della sua consapevolezza dell'infinito.

La seconda via, cioè l'esperienza della legge morale, comincia "dal mio io invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha - si noti bene! - la vera infinitezza, ma che solo l'intelletto può penetrare e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi conosco in una connessione non, come là (nell'esperienza del cielo stellato sopra di me), semplicemente accidentale, ma universale e necessaria". Nell'essere umano il punto di intersezione tra le due esperienze o spettacoli - come si vogliano chiamare - è impressionante e rivelativo dell'infinità reale, benché per partecipazione, dello spirito umano, cioè dell'anima intellettiva che ne è il suo centro.

Il primo spettacolo, spiega Kant, è quello di una quantità innumerevole di mondi, le cui misure di grandezza come c'informa l'astrofisica contemporanea assommano a milioni e centinaia di milioni di anni luce (un anno-luce è uguale a 9.460 miliardi di chilometri), ed è analogo per contrasto a quello proposto dalla microfisica delle particelle subnucleari che ci fa considerare la durata in misure minuscole e l'energia in quantità enormi. Perciò Kant ben può dire che tale spettacolo di magnitudini infinite "annulla completamente la mia importanza di creatura animale, che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto dell'universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista di un breve tempo (e non si sa come) della forza vitale".

Il secondo spettacolo invece "eleva infinitamente il mio valore, nel senso di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero universo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all'infinito".

Tale è per Kant il grave e insostituibile compito della filosofia come "saggezza" (Weisheit): interpretare, all'esterno, la verità di essere della presenza della grandezza in continua espansione del mondo fisico, e della vita, e, all'interno, cioè nel profondo della libertà come la verità di essere dell'uomo. In questo modo emerge l'anima come soggetto che si possiede e si antepone come io.

Il primo spettacolo o esperienza è il cammino della scienza, particolarmente a partire dalla "rivoluzione copernicana" come la chiama lo stesso Kant ben consapevole del nuovo indirizzo determinato da Copernico e da Galileo; l'altro è la via del "conosci te stesso" che Eraclito intravede nel Logo e Aristotele individua nell'intelletto umano "capace di diventare e di fare tutte le cose", come superamento del fisicismo naturalista dei presocratici. I due spettacoli o esperienze si incontrano e si intrecciano nell'essere umano.

Da queste due esperienze risulta che la conoscenza dell'uomo non si gioca su un solo piano o livello, quello dell'osservazione, dell'esplicazione e della sperimentazione esterna (come riproduzione dei fenomeni) che è il cammino della scienza moderna. Siffatta conoscenza si allarga all'interazione tra l'osservazione naturale della scienza e la comprensione riflessiva della filosofia. L'essere umano è allo stesso tempo un ente osservabile, come tutti gli esseri della natura di cui egli partecipa, ed è un essere che conosce se stesso come esigeva Eraclito e poi Socrate, oppure che interpreta se stesso (Self interpreting being per usare la definizione di Charles Taylor o Paul Ricoeur).

Questa affermazione di due differenti livelli oggettivi del conoscere che si fanno presenti nell'uomo, ossia quello esterno del mondo che è l'oggetto della scienza e quello interno del se stesso, che fa capo all'io, può offrire una risposta di riconciliazione e di pacificazione alla questione posta dallo statuto dell'essere umano nel campo del sapere nell'epoca del predominio della scienza, a meno che, l'ideologia positivista non pretenda di abolire la frontiera fra le scienze della natura e le scienze dell'uomo e di annettere le seconde alle prime.

È con questo spirito che possiamo dirimere un conflitto come è quello della scienza legata alle mutazioni genetiche o all'ereditarietà, che sebbene siano state scoperte dal monaco agostiniano Mendel, dopo Darwin vengono il più delle volte collegate alle teorie evoluzioniste. Nessun limite esterno si può imporre all'ipotesi secondo cui variazioni aleatorie e modificazioni avvenute, si siano fissati e rinforzati nel "corridoio stretto d'evoluzione" al fine di assicurare la sopravvivenza della specie, e quindi anche di quella umana. Finora abbiamo evidenze storiche e forse biologiche, quindi qualcosa che è più di un'ipotesi, per dirla come Giovanni Paolo ii, su cui le scienze sperimentali dovranno fare accertamenti più stringenti con il rigore del metodo galileiano della formula matematica, della riproduzione dell'ipotesi in un esperimento concreto e veritativo.

La filosofia da parte sua - assieme alle scienze sociali aperte alle conoscenze della biologia - non deve intraprendere una battaglia persa in partenza per stabilire i fatti naturali. La filosofia deve interrogarsi su come possa incontrarsi con il punto di vista naturalista partendo dal presupposto che l'essere umano è già un essere parlante e questionante. Essere umano quindi, che si è dato delle risposte che sono indice del suo regno di libertà nei confronti della natura data. Mentre lo scienziato segue l'ordine discendente delle specie e fa apparire l'aspetto aleatorio, contingente e imprevedibile del risultato evolutivo dell'essere umano, il filosofo prende le mosse dall'autointerpretazione della propria situazione intellettuale, morale e spirituale e procede verso l'alto risalendo il corso dell'evoluzione fino alle fonti della vita e dell'essere che l'uomo stesso è. Il punto di partenza può essere ancora la questione originaria, sempre latente con una specie di autoreferenzialità di principio: la legge morale per Kant è quello che fa la differenza, la libertà è quello che Hegel chiama "l'essenza dello spirito".

L'essere umano, scoperto e riconosciuto a se stesso come morale e libero, può legittimamente domandarsi come egli si sia venuto preparando nella natura animale. Lo sguardo è quindi retrospettivo in quanto rimonta la catena delle mutazioni e delle variazioni. Questo sguardo retrospettivo incrocia quello progressivo, discendente il fiume delle "discendenze" dell'essere umano, uomo e donna. I due sguardi si intersecano in un punto: la nascita di un mondo simbolico e spirituale dove la legge morale e la libertà realizzata configurano l'umanità dell'uomo.

La confusione da evitare risiede nei due sensi che è possibile assegnare al termine origine, quello della derivazione genetica o orizzontale e quello invece della fondazione ontologica o verticale. L'uno fa riferimento all'origine della specie nella successione nello spazio e tempo a partire da un dato già originato, l'altro invece si pone domande sull'apparire dell'essere partecipato a partire dall'Essere per essenza. Si tratta qui della prima origine dell'ente che è il "passaggio" dell'ente dal nulla all'essere, che non è propriamente un passaggio quanto piuttosto l'origine primaria dell'ente che emerge sul nulla grazie all'atto di essere partecipato: Ex hoc quod aliquid est ens per participationem, sequitur quod sit causatum ab alio, ossia, da ciò che una cosa è ente per partecipazione ne segue che sia causata da altro. Di qui la formula completa della creazione come partecipazione (passiva nella creatura e attiva in Dio): Necesse est dicere omne ens, quod quocumque modo est, a Deo esse, ossia, "È necessario affermare che ogni cosa, che in qualsiasi modo è, viene da Dio". L'essenziale in questa "origine" verticale è il decentramento analogico verso il profondo, ossia, verso il se stesso di ciascuno, e il ri-centramento analogico verso l'alto, ossia verso Dio. Afferma questo anche l'ultimo Tommaso: Deus est et tu: sed tuum esse est participatum, suum vero essentiale, ossia, "Dio è e tu: ma il tuo essere è per partecipazione, il Suo per essenza".

Il passaggio dal semplice essere come animale creatura, per usare un'espressione kantiana, verso la dignità metafisica di essere spirituale analogo a Dio, si fonda nella dignità dell'uomo come forma per se subsistens, ossia, anima intellettiva, io trascendente, grazie all'appartenenza diretta, cioè in proprio che l'anima intellettiva ha dell'essere (esse) o atto di essere (actus essendi) partecipato. San Tommaso è molto determinato su questo punto, che costituisce l'originalità della sua antropologia, poco conosciuto dalla filosofia moderna: "quando viene a mancare il fondamento della materia - come nelle sostanze spirituali e nell'anima umana - la forma che resta di una natura determinata, una natura sussistente per sé, si rapporterà al suo essere (esse) come la potenza all'atto. Non dico come potenza separabile dall'atto, ma come quella ch'è sempre accompagnata dal proprio atto". Così egli conclude che anche nelle creature spirituali "c'è la composizione di potenza e atto".

La conclusione che si può desumere da questa altissima riflessione speculativa dell'Aquinate è che la dignità di essere spirito è caratterizzata da Kant, Hegel e da altri dopo la rivoluzione galileiana in convergenza con san Tommaso: nel pensiero moderno attraverso la trascendentalità del conoscere, della libertà, della legge morale che fanno capo all'io, mentre in san Tommaso queste trascendentalità come l'io stesso, il se medesimo, si fondano nell'atto di essere, e la sua appartenenza necessaria allo spirito (finito) si ha per diretta partecipazione da Dio. Così ogni singolo sussistente, come ha mostrato anche Kierkegaard, ha la sua origine verticale come persona creata.

©L'Osservatore Romano - 23-24 giugno 2008
Link SRM

Fonte Zenit

martedì, giugno 17, 2008

Le conclusioni del VI Simposio dei Docenti Universitari Europei

Con la partecipazione di oltre 400 docenti di 26 paesi, gli interventi di 65 relatori, e il discorso del Pontefice, che ha esortato a rilanciare e sostenere lo studio della filosofia, e il suo ruolo di mediazione tra scienza e religione, il Simposio ha dimostrato l'importanza e l'interesse intorno al tema della ragione, dei suoi limiti e delle sue possibilità di ampliamento, nel dialogo con le altre discipline.

Sviluppato sul tema “Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la filosofia”, l'evento era stato suddiviso in quattro aree di studio: filosofia e scienza, filosofia e religione, filosofia e antropologia, filosofia e società.

Tra le conclusioni emerse alla fine delle quattro giornate di studi, certamente importante è l'idea della necessità di considerare la scienza non “come una città unitaria e coerente, con norme metodologiche valide una volta per tutte”, ma come “esplosione del possibile”, e che presenta, essa stessa “questioni” a cui “da sola non può rispondere”.

In questo scenario, appaiono quindi necessari un ripensamento dei “metodi della conoscenza, per rinnovare il rapporto tra ragione e fede come tra percorsi razionali affidabili”, e il giungere ad una “sintesi delle conoscenze in una prospettiva sapienziale”, in cui la religione raggiunge una propria “ragionevolezza intrinseca, sapienziale”, pur restando autonoma nei confronti della ragione filosofica e delle altre discipline.

Ed è proprio il Cristianesimo “la religione che storicamente incarna la ragione sapienziale”, nella quale il logos rende possibile comprendere “la ragione nella sua dimensione storica e insieme ontologica”.

Fondamentale è poi la questione antropologica: “chi è l’uomo?”.
Da questa domanda è necessario “ripartire per ripensare la ragione, poiché essa pone domande cui la razionalità scientifica, calcolante, non è capace di dare risposte”.

Fonte SIR

PC

venerdì, giugno 13, 2008

Il Cardinale Camillo Ruini: l'allargamento della razionalità come risposta ad una prevalente cultura materialistica

Nel suo intervento di apertura del VI Simposio Europeo dei Docenti Universitari, il Cardinale Vicario di Roma ha esordito affermando che “allargare gli spazi, o gli orizzonti, della razionalità, è un obiettivo centrale e decisivo dell'opera teologica e del Pontificato di Benedetto XVI”.

Il Pontefice, spiega “cerca anzitutto un nuovo accordo della ragione e della libertà con il cristianesimo”, ma vuole anche “venire in aiuto alla ragione umana, nella fase attuale del suo sviluppo storico”.

Una volontà giustificata anche da un “atteggiamento prevalente nella cultura degli ultimi decenni”, di cui Ruini illustra alcuni esempi.

Il primo è un intervento di Massimo Piattelli Palmarini (sul Corriere della Sera del 23 maggio 2008), che replica a una critica di Giorgio Bertorelle (presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica), sottolineando come egli e altri 'eminenti evoluzionisti americani, inglesi e tedeschi' siano 'tutti biologi con credenziali scientifiche inattaccabili, tutti perfettamente materialisti, tutti indefettibilmente tesi allo sviluppo di una teoria dell'evoluzione biologica naturalistica'.

Per il Cardinal Vicario, “questo discorso lascia chiaramente intendere che per avere credenziali scientifiche inattaccabili occorra essere perfettamente materialisti e indefettibilmente naturalisti”.

Prosegue poi citando un articolo di Giorgio Israel su "L'Osservatore Romano" (23-24 maggio 2008) scorso, dal titolo 'La realtà ridotta a calcoli matematici e probabilistici. Ma l'uomo non è un dado', e nel quale il matematico della Sapienza citando Augustin-Louis Cauchy, analizza e critica le idee dominanti gli ambienti scientifici, dal tempo di Cauchy, “che aveva superato il materialismo settecentesco”, arrivando poi al naturalismo materialista e al collegato 'materialismo metodologico' del ventesimo secolo , fino ad arrivare poi ad un contemporaneo 'materialismo metafisico, che attribuisce alla scienza il compito di mostrare che ogni aspetto della realtà consiste di processi materiali'.

Ruini condivide le osservazioni critiche di Israel a tali correnti di pensiero, e citando infine il filosofo Jürgen Habermas, che contestava il discorso di Papa Benedetto XVI a Regensburg, attribuendogli 'una piega sorprendentemente antimoderna', spiega come in realtà il Pontefice sia “sostanzialmente più aperto dello stesso Habermas e della 'ragione secolare' di cui egli si pone come interprete (v. articolo Ruini 2 marzo 2007, “Chiesa del nostro tempo”, iii, Casale Monferrato, Piemme, 2008, pp. 472-482).

Tre esempi che mostrano “quanto attuale e decisiva sia l'impresa di allargare gli orizzonti della razionalità”.

Una impresa, prosegue, che “fa parte certamente del mandato del teologo, come emerge dalle parole con cui Benedetto xvi conclude il discorso di Ratisbona: 'Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza - è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente'.

Ma che è anche al tempo stesso compito precipuo “della filosofia, che per sua natura riflette sul rapporto della ragione umana con la totalità dell'essere, e al contempo sul soggetto umano in quanto soggetto”.

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Il Pontefice lo scorso 7 giugno ha accolto in udienza i partecipanti al VI Simposio Europeo dei Docenti universitari, sul tema "Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la Filosofia", promosso dai Docenti delle Università di Roma e organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma in collaborazione con la Regione la Provincia e il Comune di Roma.

Dopo aver ringraziato il Cardinale Camillo Ruini e il Prof. Cesare Mirabelli, Papa Benedetto XVI ha voluto sottolineare la concomitanza dell'evento con il decimo anniversario della pubblicazione della Lettera Enciclica Fides et Ratio di Papa Giovanni Paolo II, e la “continuità con l’incontro europeo dei Docenti universitari dello scorso anno”, durante il quale cinquanta docenti di filosofia delle Università di Roma avevano presentato una dichiarazione che affermava “l’urgenza del rilancio dello studio della filosofia nelle Università e nelle Scuole”.

Collegandosi a tale documento, il Pontefice ha confermato l'opportunità di sostenere e diffondere gli studi filosofici, anche istituendo “centri accademici di alto profilo”, incoraggiando “i giovani ad impegnarsi negli studi filosofici”, ed organizzando “opportune iniziative di orientamento universitario”.

E nella filosofia pone le sue basi lo stesso cristianesimo, il cui messaggio “non è soltanto un messaggio informativo, ma performativo (cfr Spe salvi n. 2), cioè trasforma il mondo.

“La fede cristiana - spiega Papa Benedetto XVI - “ha fatto la sua scelta netta: contro gli dei della religione per il Dio dei filosofi, vale a dire contro il mito della sola consuetudine per la verità dell’essere" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, cap. III).
Il Pontefice, citando il suo discorso del 23 giugno 2007 per l’incontro europeo dei Docenti universitari, ha poi spiegato l'attuale “crisi della modernità”, ha spiegato, 'non è sinonimo di declino della filosofia; anzi la filosofia deve impegnarsi in un nuovo percorso di ricerca per comprendere la vera natura di tale crisi e individuare prospettive nuove verso cui orientarsi'.

“La modernità – ha proseguito - se ben compresa, rivela una 'questione antropologica' che si presenta in modo molto più complesso e articolato di quanto non avvenisse nelle riflessioni filosofiche degli ultimi secoli, soprattutto in Europa”.

L'auspicio è quindi che “la filosofia possa dialogare con le altre discipline, in particolare con la teologia, favorendo nuove sintesi culturali idonee ad orientare il cammino della società”.

Il Pontefice ha poi spiegato che “il nuovo dialogo tra fede e ragione, oggi richiesto, non può avvenire nei termini e nei modi in cui si è svolto in passato.”
Un dialogo che “se non vuole ridursi a sterile esercizio intellettuale, deve partire dall’attuale situazione concreta dell’uomo, e su di essa sviluppare una riflessione che ne raccolga la verità ontologico-metafisica”.

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discorso, Sito Vaticano

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Fides
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giovedì, giugno 12, 2008

Evoluzione e creazione: Una falsa antinomia

Gianfranco Ravasi
L'ultimo saggio di Fiorenzo Facchini

Evoluzione e creazione: Una falsa antinomia


da L'Osservatore Romano del 10/06/2008

"La vita organica, ci dicono, si è evoluta gradualmente dal protozoo fino al filosofo, e questa evoluzione, ci assicurano, rappresenta senza dubbio un progresso. Disgraziatamente, chi ce lo assicura è il filosofo, non il protozoo".
Non è un fiero fondamentalista cristiano americano a scrivere queste righe demitizzanti sulla teoria dell'evoluzione biologica, ma è nientemeno che Bertrand Russell, l'autore del Perché non sono cristiano (in questo caso, però, citiamo dal suo saggio Misticismo e logica). Il tema è, comunque, scottante e, a toccarlo, si sono bruciate molte dita sia di scienziati sia di teologi. Qualcosa del genere accadrà ancora il prossimo anno. Nel 1809, infatti, a Shrewsbury, capoluogo dello Shropshire (Inghilterra occidentale), una cittadina industriale, dominata dalla mole del castello e dell'Abbey Church normanni, vedeva la luce Charles Robert Darwin, mentre nel 1859, per i tipi di John Murray, usciva a Londra The Origin of Species by Means of Natural Selection. Il 2009 scandirà, perciò, due anniversari capitali e attirerà una colluvie di convegni, dibattiti, saggi ove, al ponderoso e ponderato affaticarsi di scienziati, filosofi e teologi, si associerà il vispo altercare delle polemiche e delle ideologie alternative. Uno dei rischi maggiori, infatti, è che si producano derive da teorie scientifiche a opzioni ideologiche o da tesi teologiche a pronunciamenti apologetici. Tra parentesi, è curioso notare che nelle pur preziose "Garzantine" la voce "Darwin" ha, nel volume dedicato alla Filosofia, quasi centocinquanta righe, mentre nel tomo delle Scienze ne allinea soltanto poco più di trenta! Molto spesso, infatti, l'interesse della teoria darwiniana risiede proprio nel confronto o scontro con le concezioni filosofiche e religiose. Non dimentichiamo, tra l'altro, che l'autore aveva studiato anche teologia a Cambridge e sulla religione egli era stato sempre piuttosto esitante: se nell'autobiografia si delineava come agnostico, nella seconda edizione (1860) de L'Origine della specie, alla frase "vi è qualcosa di grandioso in queste considerazioni sulla vita" aggiungeva a sorpresa: "e sulle varie facoltà di essa, che furono impresse dal Creatore in poche forme o anche una sola". Confessava in seguito che sulle questioni religiose "il mio giudizio è spesso fluttuante e persino nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato ateo nel senso di negare Dio". Sta di fatto che l'evoluzione fu ed è ancora brandita spesso come arma contro l'antropologia teologica ed è, perciò, molto interessante che uno scienziato, Fiorenzo Facchini la cui vicenda accademica l'ha condotto anche a impegnarsi sul campo in Kazakhstan e Kyrgyzstan per le sue ricerche paleantropologiche raccolga le "sfide della evoluzione" con un testo di alta divulgazione, chiaramente diviso a dittico, del quale il nostro giornale ha già offerto un'anticipazione e che ora vorremmo riproporre come interessante sussidio sintetico (Le sfide dell'evoluzione, Milano, Jaca Book, pp. 174). Il primo movimento del volume è di taglio "scientifico" e scandisce le varie tappe che vanno dall'esplosione della vita nel Cambriano fino all'homo erectus e allo sbocciare della cultura. Giunto al termine di questa prima parabola, vengono anche tirate le somme dei dati acquisiti: l'uomo ha una storia evolutiva (come le altre specie viventi) e si radica nel ceppo dei primati; l'evoluzione è la più plausibile spiegazione della documentazione fossile a noi pervenuta ed è coerente con le risultanze delle altre discipline (paleontologia, anatomia comparata, zoologia, genetica e biologia molecolare); la culla dell'umanità è da identificare in Africa; la cultura coi suoi sistemi intenzionali e simbolici è l'emblema identitario dell'uomo. Contemporaneamente, però, rimangono aperti molti interrogativi che lasciano spazio alla discussione, così come dai dati repertati germogliano interpretazioni, teorie, problemi di indole più sistematica. È, così, pronto il secondo movimento del saggio in cui Facchini senza dismettere i panni dello scienziato si trasferisce sull'altro versante ove, però, è necessario adottare un diverso statuto epistemologico. Intendiamo ovviamente alludere all'orizzonte filosofico-teologico - come è noto, Facchini è un sacerdote cattolico, e non c'è bisogno di evocare Copernico o Stenone o Spallanzani o Mendel e altri ecclesiastici scienziati per confermare questa tradizione - ove si presentano interrogativi e soluzioni ritenute spesso incompatibili con gli esiti delle analisi scientifiche. Centrale è il binomio "evoluzione e creazione", da molti giudicato come un dilemma, un'antinomia e persino un ossimoro contraddittorio. Le pagine dello studioso sono sobrie ma coraggiose: partono da una corretta ermeneutica dei passi della Genesi biblica, non temono di confrontarsi con la teoria dell'Intelligent Design che egli preferisce riclassificare come "progetto superiore", non esitano a perlustrare l'intero grappolo dei corollari dell'antropologia teologica: trascendenza, poligenismo o monogenismo, coscientizzazione, comportamento etico e così via.Un percorso che, alla fine, riesce a "custodire castamente le frontiere" proprie della scienza e della teologia, per usare la nota espressione di Schelling, evitando ogni concordismo a basso costo ed escludendo nel contempo ogni radicale incompatibilità e ogni aggressione prevaricatrice. Certo, questo libro verrà letto più dai credenti, ma ci permettiamo di suggerirlo anche a chi si classifica come Darwin un agnostico, perché potrà verificare quanto in queste pagine sia vagliata pure la letteratura "laica" sul tema. Vogliamo concludere, tuttavia, con una sorta di colpo d'ala, lieve ma suggestivo. Il grande antropologo Yves Coppens ha voluto raccontare le origini dell'uomo ai ragazzi e l'ha fatto con un delizioso album, illustrato da Sacha Gepner (Le origini dell'uomo, Milano, Jaca Book, 2008, pagine 61, euro 18). A partire dal Big Bang, l'orologio del tempo è fatto battere nei suoi 15 o 12 miliardi di anni per raggiungere non solo la nostra famiglia, gli Ominidi, dal cranio di Toumai nel Ciad o dalla piccola austrolopiteca Lucy, ma per scendere anche giù giù fino a quei nostri progenitori che, inventando la scrittura, hanno suggellato la preistoria e ci hanno introdotto nella storia. "Quale che sia il colore della loro pelle - conclude Coppens - la loro statura e la forma degli occhi, tutti gli uomini che popolano la nostra Terra appartengono all'unica specie, Homo sapiens, uscita dall'unico genere Homo, nata in Africa 3 milioni di anni fa".

Copyright L'Osservatore Romano


Link Web site SRM
Fonte Euresis

domenica, giugno 08, 2008

Si conclude domenica il VI Simposio europeo dei docenti universitari

Si conclude domenica il VI Simposio europeo dei docenti universitari “Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la filosofia”

Pubblichiamo titoli e links alle notizie principali, e domani iniziamo l'approfondimento dei temi.


Segnaliamo, in particolare, il discorso di S.S. Benedetto XVI per l'udienza data oggi dal Pontefice ai partecipanti all'evento, e il discorso introduttivo del Card. Camillo Ruini.

Rilanciamo la filosofia per comprendere meglio la modernità

L'udienza di Benedetto XVI ai partecipanti al sesto Simposio europeo dei docenti universitari
Link
L'Osservatore Romano

Favorire un dialogo fecondo tra fede e ragione per rispondere alle sfide della modernità: l’invito del Papa ai partecipanti al Simposio europeo sul tema “Allargare gli orizzonti della razionalità”
Link Radio Vaticana

Allargare gli orizzonti della razionalità - Card. Camillo Ruini
da L'Osservatore Romano, 6 giugno 2008

Link SRM

A Roma il VI Simposio europeo dei docenti universitari

Link Radio Vaticana

Per una teologia e una filosofia in dialogo
La proposta del VI Simposio Europeo dei Docenti Universitari che si terrà Roma

Link Zenit

In diocesi: Filosofia in dialogo con scienza e fede
Link RomaSette

Tra gli interventi dei relatori segnaliamo quelli in programma più strettamente inerenti il rapporto tra scienza e fede: link
Link sito web - programma - altre informazioni: simposiophil@vicariatusurbis.org

venerdì, maggio 23, 2008

Teorie evolutive e creazione a dialogo in un convegno del Progetto STOQ e del Pontificio Consiglio della Cultura

Il 2009 sarà l'anno del bicentenario della nascita di Darwin, e il 150mo. della pubblicazione del suo libro Sull'origine delle specie. La Pontificia Università Gregoriana, nell'ambito del Progetto STOQ, sotto gli auspici del Pontificio Consiglio della Cultura, organizza un congresso internazionale dal titolo “Biological Evolution: Facts and Theories” per presentare e analizzare il dibattito attualmente in corso, e cercare le possibili vie di dialogo.

L'evento, per il quale è stato creato un sito,
www.evolution-rome2009.org, era stato anticipato il 6 aprile scorso dal Sole 24 Ore, in un articolo di P. Tomasz Trafny, Officiale del Pontificio Consiglio e Vicecordinatore del Progetto STOQ, e del prof. Gennaro Auletta.

Nell'articolo vengono presentati il Congeresso e le sue linee guida. Tra queste, l'oggettività dell'evoluzione; la necessità di studiare “le teorie scientifiche che cercano di spiegare i processi evolutivi”; il superamento, grazie ad una maggiore comprensione “dei processi epigenetici”, del “rigido determinismo genetico che era ancora alla base della sintesi neodarwiniana”; l'idea di un organismo “considerato come un network complesso”; il “confronto con la Filosofia”; come i progressi della scienza possano portare “a uno sviluppo del pensiero teologico”, e “a una maggiore comprensione delle verità etiche e religiose” tramandate dalla Bibbia; infine, l'obiettivo di un definitivo superamento del “distacco tra Scienza, Filosofia e Teologia”, tra “Ratio et Fides”.
Il Corriere della Sera ha poi ripreso la notizia in un articolo dell'11 aprile scorso, che però pone troppo l'accento sulle polemiche e attribuisce al convegno, e allo stesso Monsignor Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, contenuti, obiettivi e parole che non corrispondono alla realtà.

Tralasciando le affermazioni di Boncinelli, per il quale l'evento è destinato al “naufragio” o alla “menzogna”, sono da rilevare alcuni elementi fondamentali nel testo dell'articolo, che purtroppo sembra confondere le reali intenzioni degli organizzatori.

Per primo, non è possibile che l'evento voglia essere una “sintesi tra evoluzione e disegno intelligente”, principalmente perchè la Chiesa Cattolica non sostiene tale teoria, che prevede una sorta di “creazione imperfetta”, con un Dio che crea e poi apporta modifiche necessarie o opportune per l'ambiente e gli esseri viventi.

Anche lo “scopo di ricucire i rapporti tra Chiesa e mondo scientifico, turbati da certi atteggiamenti critici del Papa nei confronti delle teorie di Darwin”, appare una esagerazione, in linea con una presunta conflittualità irriducibile tra Chiesa cattolica e scienza.

In realtà, Papa Benedetto XVI, seguendo le orme di Papa Giovanni Paolo II, ha sempre dichiarato possibile e plausibile l'evoluzione; resterebbero però da chiarire molte questioni che il darwinismo sembra non riesca ancora a spiegare.


Sito ufficiale del Congresso:
http://www.evolution-rome2009.org/

Link articolo Sole 24 Ore, SRM

sabato, maggio 17, 2008

Prossimi Eventi. Master in Scienza e Fede

Scienza, etica e riproduzione umana

Conferenza del Prof. Lucio Romano (Università degli Studi di Napoli), per il ciclo di conferenze "Rapporto mente-corpo e intelligenza artificiale", del Master in Scienza e Fede

Martedì 20 maggio 2008, dalle 15.30 alle 17.00

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Aula Masters

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conferenza
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conferenze Master in Scienza e Fede
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Master in Scienza e Fede

venerdì, maggio 16, 2008

SRM Newsletter N.68


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SRM Newsletter n.68

L'evoluzione tra scienza e fede

L'evoluzione tra scienza e fede
Lapalissiano: l'anima spirituale non può derivare dalla materia


È in libreria il volume "Le sfide dell'evoluzione. In armonia tra scienza e fede" (Milano, Jaca Book, 2008, pagine 176, euro 16) del quale pubblichiamo un estratto.
di Fiorenzo Facchini
Se la capacità progettuale e la simbolizzazione possono essere considerate sul piano fenomenologico elementi extrabiologici e rappresentano un trascendimento rispetto alle proprietà degli altri viventi, ci si può chiedere quale sia la natura di tale trascendimento, che cosa cioè nell'uomo possa spiegare il trascendimento. Una simile domanda non può avere risposta sul piano empirico. Alcuni la cercano nello sviluppo del cervello. Ma l'attività cerebrale non può identificarsi con la soggettività dell'essere umano, con la sua autocoscienza, con il suo io, anche se è richiesto il funzionamento del cervello. L'attività cognitiva dell'uomo è di tipo astrattivo, non riconducibile alla conoscenza empirica, anche se parte da essa. Le idee, il pensiero, le emozioni non sono riducibili all'attività elettrica del cervello, che pure le accompagna. ma non ne è la causa. Oltre alla capacità cognitiva c'è l'autodeterminazione, la libertà, che svincola le scelte dell'uomo da motivi puramente materiali. Si aggiunge il comportamento altruistico, la possibilità di libere scelte che possano comportare sacrifici. Sono espressioni che trascendono la sfera biologica e denotano una componente non di ordine fisico. Si prospetta il problema della spiritualità dell'uomo, un problema essenzialmente filosofico, ma che non può essere deluso, altrimenti si compie un'operazione riduzionistica. "L'uomo - osserva Blaise Pascal - non è che una canna pensante, la più debole della natura, ma una canna pensante (...) Tutta la nostra dignità consiste nel pensiero" (Pensieri, 347). E ancora Pascal: "Da tutti i corpi insieme non si potrebbe far scaturire un piccolo pensiero: ciò è impossibile e di un altro ordine" (Pensieri, 793). L'uomo pensa e sa di pensare e attraverso di lui l'universo intero è pensato. Con l'uomo si innesta nella evoluzione della vita il pensiero, nota Yves Coppens (2007), e la materia si fa pensante. E Gustave Martelet (2003): "L'universo è una universalità pensata o almeno pensabile, ma richiede che qualcuno lo faccia". Se nell'uomo c'è un'attività spirituale e quindi un'anima, oltre alle cause fisiche naturali che determinano le caratteristiche biopsichiche fisiche umane, si deve ammettere un concorso superiore per l'anima. Per l'uomo non c'è solo una discontinuità culturale, ma anche ontologica, ha notato Giovanni Paolo II nel messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze del 24 ottobre 1996. In tale messaggio il Papa riconosceva il carattere di teoria scientifica all'evoluzione e non più di ipotesi, come era detto nella enciclica Humani generis di Pio XII nel 1950. "Oggi nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia imposta all'attenzione dei ricercatori a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non ricercata né provocata dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria". Però, affermava, "con l'uomo ci troviamo di fronte a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico", e si domandava: "Proporre una tale discontinuità non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica?". A questo riguardo rilevava che occorre tenere distinti i due diversi ordini del sapere: quello scientifico e quello filosofico-teologico: "Le scienze dell'osservazione descrivono e valutano con sempre maggior precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di una osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare a livello sperimentale una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano. L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza estetica e religiosa sono di competenza dell'analisi e della riflessione filosofica, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore". Queste considerazioni rappresentano una grande apertura e nello stesso tempo sono chiarificatrici sul piano epistemologico. Non è che il magistero voglia portare nuovi argomenti a favore dell'evoluzione, ma l'autorevolezza di chi li propone, l'intrinseca coerenza e il rispetto delle diverse metodologie di indagine aiutano ad affrontare correttamente i problemi che si possono incontrare. I richiami del Papa sulla specificità dell'uomo sono coerenti con quanto la Bibbia insegna: l'uomo è fatto "a immagine e somiglianza di Dio" e in ciò differisce essenzialmente dall'animale. "L'uomo è simile a Dio nella sua totalità", nota Gerhard von Rad (1993), "la somiglianza non riguarda soltanto lo spirito dell'uomo, ma anche il corpo". Questa specificità spirituale comporta un divario ontologico rispetto all'animale. Ha osservato Pierre Teilhard de Chardin: "Il segreto dell'uomo non è negli stadi sorpassati della vita embrionale (ontogenetica e filogenetica): è nella natura spirituale dell'anima. Ora quest'anima sfugge alla scienza la cui essenza è di analizzare le cose nei loro elementi e nei loro antecedenti materiali. Solo il senso intimo e la riflessione filosofica possono scoprirla" (L'Avvenire dell'Uomo, p. 81). L'essere umano, in forza dello spirito, è trascendente rispetto alle realtà infraumane, ma reclama una trascendenza nella sua origine, perché lo spirito non può derivare dalle forze della materia. Di conseguenza occorre un concorso particolare di Dio nella formazione dell'essere umano, pur rimanendo le cause naturali che portano alla sua emergenza. Qualcosa di analogo avviene nella generazione umana con l'animazione che comporta un concorso di Dio creatore nella procreazione, non essendo l'anima trasmessa dai cromosomi dei genitori. Nella ominizzazione si può ritenere che, quando si sono realizzate le condizioni biologiche necessarie per supportare un essere capace di pensiero riflesso, la volontà di Dio creatore liberamente l'ha voluto ed è esistito l'uomo. Come ciò sia avvenuto non possiamo saperlo, così come non riusciamo a immaginare come avvenga il concorso di Dio nell'animazione di ogni essere umano. Dunque, l'uomo deriva da una scimmia? No, si potrebbe meglio dire che in un ominide non umano in un certo momento si è accesa la scintilla dell'intelligenza per volontà di Dio ed è esistito l'uomo come persona, come soggetto capace di pensare e di decidere liberamente. "Non deriviamo dai bruti, ma ascendiamo da essi", diceva Antonio Fogazzaro. Con l'uomo l'ominide viene elevato a un livello superiore in forza di ciò che in lui trascende la dimensione puramente animale. La comparsa dell'uomo non può essere vista né come un evento casuale e neppure come un evento strettamente necessario, in quanto dipendente da una volontà di Dio, in qualunque modo si sia realizzato nell'ordine naturale. Il ricorso a un intervento superiore non rappresenta una intrusione indebita nel campo della scienza - come nel caso dell'Id - ma è richiesto per spiegare la presenza dello spirito nell'uomo, che non può rientrare negli orizzonti e nei metodi di studio delle scienze empiriche. Si può invece parlare di integrazione di vedute, sia pure muovendosi in un altro campo di indagine, come quello di ordine filosofico e religioso. Joseph Ratzinger nel 1968 nota che Dio ha voluto l'uomo in un modo specifico e più diretto delle cose naturali, come un essere che lo conosce, capace di rivolgersi a lui. Per questo motivo non può essere fissato dalla paleontologia il momento dell'antropogenesi. La differenza qualitativa fra l'essere animale e l'essere umano comporta che non vi siano stati gradi intermedi nello psichismo veramente umano. Il problema se l'era posto anche Jacques Maritain (1977). Per immaginare il processo di ominizzazione e il superamento della soglia umana Maritain ipotizza la presenza di "animali sovrasviluppati o preuomini", informati di un'anima sensitiva, ma sprovvisti di anima intellettiva (p. 142). Essi potrebbero avere generato i primi esseri forniti di anima umana direttamente e liberamente voluti da Dio a partire dalla vita fetale (p. 145). Si tratterebbe di una "ipotesi utile e feconda nelle mani dei paleontologi, benché sul piano della scienza non possa apparire che verosimile e non sia suscettibile di essere verificata". La trascendenza sarebbe data dall'anima "grazie all'intervento finale di una scelta assolutamente libera e gratuita operata da Dio creatore e che trascende tutte le possibilità della natura materiale", anche se al termine di un processo evolutivo naturale. Nessuna gradualità tra animale e uomo potrebbe ammettersi, ma soltanto una preparazione che potrebbe avere interessato anche lo psichismo; è da ammettersi negli ominidi che hanno preceduto l'uomo, gli australopiteci, uno psichismo più elevato di quello delle antropomorfe, ma non ancora di tipo astrattivo o riflesso come quello che caratterizza l'uomo. In questa prospettiva la comparsa dell'uomo non può essere vista come un evento necessario, richiesto dal processo evolutivo. Esso avrebbe potuto fermarsi a una soglia preumana, anche se in tal caso ci si può chiedere quale significato potesse avere. Ma neppure può essere visto come un evento del tutto fortuito, perché il superamento della soglia umana richiede una volontà di Dio creatore che non è solo quella della causa prima che mantiene nell'esistenza tutte le cose create. Come rileva Maritain, l'uomo è comparso per una libera scelta di Dio, anche se si è effettuata secondo la sua volontà raggiunte determinate condizioni evolutive. Giovanni Paolo II aveva osservato in altra occasione: "Si può dunque affermare che dal punto di vista della dottrina della fede non si vedono difficoltà nello spiegare l'origine dell'uomo, quanto al corpo, mediante l'ipotesi dell'evoluzione(...) È cioè possibile che il corpo umano, seguendo l'ordine impresso dal Creatore nelle energie della vita, sia stato gradatamente preparato nelle forme di esseri viventi antecedenti. L'anima umana però, da cui dipende in definitiva l'umanità dell'uomo, essendo spirituale non può esser emersa dalla materia" ("L'Osservatore Romano", 17 aprile 1986).
©L'Osservatore Romano - 5-6 maggio 2008

L'extraterrestre è mio fratello - Intervista a P. José Gabriel Funes, Direttore della Specola Vaticana

Il rapporto tra astronomia e fede in un'intervista a padre Funes, direttore della Specola Vaticana

L'extraterrestre è mio fratello

di Francesco M. Valiante

"E quindi uscimmo a riveder le stelle". Cita Dante - il celebre verso che chiude l'ultimo canto dell'Inferno - per descrivere la missione dell'astronomia. Che è anzitutto quella di "restituire agli uomini la giusta dimensione di creature piccole e fragili davanti allo scenario incommensurabile di miliardi e miliardi di galassie". E se poi scoprissimo di non essere i soli ad abitare l'universo? L'ipotesi non lo inquieta più di tanto. È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l'esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell'incarnazione, nella redenzione. Parola di astronomo e di sacerdote. Parola di José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana. Argentino, quarantacinque anni, gesuita, dall'agosto del 2006 padre Funes ha le chiavi della storica sede nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, che Pio XI concesse all'osservatorio vaticano nel 1935. Fra circa un anno le restituirà, per ricevere quelle del monastero delle basiliane situato al confine tra le Ville Pontificie e Albano, dove si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola. Unisce modi cortesi e pacati a quel leggero distacco dalle cose terrene di chi è abituato a tenere gli occhi rivolti verso l'alto. Un po' filosofo e un po' investigatore, come tutti gli astronomi. Contemplare il cielo è per lui l'atto più autenticamente umano che si possa fare. Perché - spiega a "L'Osservatore Romano" - "dilata il nostro cuore e ci aiuta a uscire dai tanti inferni che l'umanità si è creata sulla terra: le violenze, le guerre, le povertà, le oppressioni". Come nasce l'interesse della Chiesa e dei Papi per l'astronomia? Le origini si possono far risalire a Gregorio XIII, che fu l'artefice della riforma del calendario nel 1582. Padre Cristoforo Clavio, gesuita del Collegio romano, fece parte della commissione che studiò questa riforma. Tra Settecento e Ottocento sorsero ben tre osservatori per iniziativa dei Pontefici. Poi nel 1891, in un momento di conflitto tra il mondo della Chiesa e il mondo scientifico, Papa Leone XIII volle fondare, o meglio rifondare, la Specola Vaticana. Lo fece proprio per mostrare che la Chiesa non era contro la scienza ma promuoveva una scienza "vera e solida", secondo le sue stesse parole. La Specola è nata dunque con uno scopo essenzialmente apologetico, ma col passare degli anni è divenuta parte del dialogo della Chiesa col mondo. Lo studio delle leggi del cosmo avvicina o allontana da Dio? L'astronomia ha un valore profondamente umano. È una scienza che apre il cuore e la mente. Ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi. In questo senso - e qui parlo come prete e come gesuita - è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio. Eppure molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo. Direi che è un po' un mito ritenere che l'astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio. Più di tante parole conta il nostro lavoro. Contano la credibilità e i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, le collaborazioni con colleghi e istituzioni di ogni parte del mondo, i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte. La Chiesa ha lasciato un segno nella storia della ricerca astronomica. Ci faccia qualche esempio. Basterebbe ricordare che una trentina di crateri della luna portano i nomi di antichi astronomi gesuiti. E che un asteroide del sistema solare è stato intitolato al mio predecessore alla direzione della Specola, padre George Coyne. Si potrebbe richiamare inoltre l'importanza di contributi come quelli di padre O'Connell all'individuazione del "raggio verde" o di fratello Consolmagno al declassamento di Plutone. Per non parlare dell'attività di padre Corbally - vicedirettore del nostro centro astronomico di Tucson - che ha lavorato con un team della Nasa alla recente scoperta di asteroidi residui della formazione di sistemi binari di stelle. L'interesse della Chiesa per lo studio dell'universo si può spiegare col fatto che l'astronomia è l'unica scienza che ha a che fare con l'infinito e quindi con Dio? Per essere precisi, l'universo non è infinito. È molto grande ma è finito, perché ha un'età: circa quattordici miliardi di anni, secondo le nostre conoscenze più recenti. E se ha un'età, significa che ha un limite anche nello spazio. L'universo è nato in un determinato momento e da allora si espande continuamente. Da che cosa ha avuto origine? Quella del big bang resta, a mio giudizio, la migliore spiegazione dell'origine dell'universo che abbiamo finora dal punto di vista scientifico. E da allora che cosa è successo? Per trecentomila anni la materia, l'energia, la luce sono rimaste unite in una sorta di miscela. L'universo era opaco. Poi si sono separate. Così noi adesso viviamo in un universo trasparente, possiamo vedere la luce: quella delle galassie più lontane, per esempio, che è arrivata a noi dopo undici o dodici miliardi di anni. Bisogna ricordare che la luce viaggia a trecentomila chilometri al secondo. Ed è proprio questo limite a confermarci che l'universo oggi osservabile non è infinito. La teoria del big bang avvalora o contraddice la visione di fede basata sul racconto biblico della creazione? Da astronomo, io continuo a credere che Dio sia il creatore dell'universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d'amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza. Come sottolinea la Dei verbum, è il libro della parola di Dio indirizzata a noi uomini. È una lettera d'amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All'epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica. Allo stesso modo, noi non sappiamo se in un futuro più o meno prossimo la teoria del big bang sarà superata da una spiegazione più esauriente e completa dell'origine dell'universo. Attualmente è la migliore e non è in contraddizione con la fede. È ragionevole. Ma nella Genesi si parla della terra, degli animali, dell'uomo e della donna. Questo esclude la possibilità dell'esistenza di altri mondi o esseri viventi nell'universo? A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l'universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C'è un ramo dell'astronomia, l'astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Esaminando gli spettri della luce che viene dalle stelle e dai pianeti, presto si potranno individuare gli elementi delle loro atmosfere - i cosiddetti biomakers - e capire se ci sono le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita. Del resto, forme di vita potrebbero esistere in teoria perfino senza ossigeno o idrogeno. Si riferisce anche ad esseri simili a noi o più evoluti? È possibile. Finora non abbiamo nessuna prova. Ma certamente in un universo così grande non si può escludere questa ipotesi. E questo non sarebbe un problema per la nostra fede? Io ritengo di no. Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come "fratello" e "sorella", perché non potremmo parlare anche di un "fratello extraterrestre"? Farebbe parte comunque della creazione. E per quanto riguarda la redenzione? Prendiamo in prestito l'immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell'ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell'amicizia piena con il loro Creatore. Insisto: se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro? Gesù si è incarnato una volta per tutte. L'incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini. Il prossimo anno si celebra il bicentenario della nascita di Darwin e la Chiesa torna a confrontarsi con l'evoluzionismo. L'astronomia può offrire un contributo a questo confronto? Come astronomo posso dire che dall'osservazione delle stelle e delle galassie emerge un chiaro processo evolutivo. Questo è un dato scientifico. Anche qui io non vedo contraddizione tra quello che noi possiamo imparare dall'evoluzione - purché non diventi un'ideologia assoluta - e la nostra fede in Dio. Ci sono delle verità fondamentali che comunque non mutano: Dio è il creatore, c'è un senso alla creazione, noi non siamo figli del caso. Su queste basi, è possibile un dialogo con gli uomini di scienza? Direi che anzi è necessario. La fede e la scienza non sono inconciliabili. Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI: fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano. Non c'è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte. Come invece è avvenuto con Galileo. Quello è certamente un caso che ha segnato la storia della comunità ecclesiale e della comunità scientifica. È inutile negare che il conflitto ci sia stato. E forse in futuro ce ne saranno altri simili. Ma penso che sia arrivato il momento di voltare pagina e guardare piuttosto al futuro. Questa vicenda ha lasciato delle ferite. Ci sono stati malintesi. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare di meglio. Ma ora è il momento di guarire queste ferite. E ciò si può realizzare in un contesto di dialogo sereno, di collaborazione. La gente ha bisogno che scienza e fede si aiutino a vicenda, pur senza tradire la chiarezza e l'onestà delle rispettive posizioni. Ma perché oggi è così difficile questa collaborazione? Credo che uno dei problemi del rapporto tra scienza e fede sia l'ignoranza. Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall'altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente. Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale. Cosa può fare in questo senso la Specola? Diceva Giovanni XXIII che la nostra missione deve essere quella di spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l'astronomia. Noi siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c'è chi va in una direzione e chi va in un'altra. Come ha raccomandato Benedetto XVI a noi gesuiti in occasione dell'ultima congregazione generale, dobbiamo essere uomini sulle frontiere. Credo che la Specola abbia questa missione: essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati.
(©L'Osservatore Romano - 14 maggio 2008)

giovedì, maggio 15, 2008

Il Master in Scienza e Fede visita i Laboratori Nazionali di Fisica Nucleare del Gran Sasso (LNGS)

A pochi giorni dall'annuncio dell'individuazione di particelle di materia oscura da parte di un gruppo di fisici italiani e cinesi guidati dalla prof.ssa Rita Bernabei, nei Laboratori Nazionali di Fisica Nucleare del Gran Sasso (cfr. newsletter nº 66), una delegazione del Master in Scienza e Fede ha avuto l'opportunità di visitare i Laboratori.

Alla visita, organizzata da Paolo Centofanti, direttore SRM, hanno preso parte studenti e membri dello staff del Master, guidati dal Prof. P.Rafael Pascual LC, direttore del Master e Decano della facoltà di Filosofia.

Dopo un seminario teorico e introduttivo alle attività e gli esperimenti, realizzati e attualmente in corso, i partecipanti hanno potuto accedere alle strutture sotterranee (le più grandi del mondo per un laboratorio di fisica), e osservare “sul campo” i laboratori, in cui si svolgono attività di ricerca ai confini della fisica teorica.

Pubblichiamo su SRM una pagina con informazioni, foto e links.

Link
pagina SRM - LNGS
Link notizia “
Flash di materia oscura sotto il Gran Sasso

Dibattito in Belgio tra insegnanti darwinisti e credenti cristiani e musulmani

"Darwin expliqué aux profs"

Il dibattito tra evoluzionisti, creazionisti, sostenitori di un Progetto Superiore o dell'Intelligent Design, sta maturando in Belgio un nuovo capitolo. La situazione è stata segnalata da alcuni giornali francesi, in particolare Le Soir, e in Italia dal Corriere della Sera.

A quanto si legge in quest’ultimo, un gruppo di docenti (in circa una sessantina di scuole), cattolici e islamici, si rifiuterebbero di insegnare le teorie evolutive, e sosterrebbero e insegnerebbero “il creazionismo o al massimo la teoria del «disegno intelligente», in opposizione all'evoluzionismo darwiniano”.

Il Corriere sottolinea come “professori cristiani e professori musulmani” siano “per una volta sostanzialmente d'accordo” nell'insegnare la creazione o il progetto di una “divinità creatrice”, a cui “danno il nome di Dio, o di Allah”.

Leggendo tra gli articoli rintracciabili sul web, appaiono poi altre informazioni, che aiutano forse a fare chiarezza, sebbene non tutti gli articoli siano univoci e concordi. Si legge infatti in un articolo che il “problema” è stato riscontrato inizialmente nella non accettazione di teorie esclusivamente darwiniste da parte degli stessi studenti, e, in un altro, che per i docenti, riguarderebbe principalmente giovani che si stanno formando, più che insegnanti di ruolo.

Link
Corriere della Sera - RTLInfo.be - Le Soir